Un posto bellissimo dove non tornerò mai più

Le immagini ci guardano. Esse non cessano neppure per un istante di fissarci, ci perseguitano. Ci denudano. Potremmo, per questo, indulgere nella facile tentazione di accusarle, ma alle immagini, francamente, della nostra morale non importa granché. Ci giudicano, magari. Ma non è la colpa, il loro strumento, forse allora non c’è giudizio, dopotutto. Quella, la colpa, disgraziatamente ce la aggiungiamo noi. Le immagini ci guardano, e su quell’essere sempre visti carichiamo il nostro senso, di colpa, dico. Siamo già preceduti da quella guardia armata come siamo già sempre visti, ma i due “già” provengono da parti diverse. Eppure si incontrano qui da noi, qui dove ci trovano, dove ci troviamo.
A volte emergono dei momenti, da un qualche magma arcaico che chissà, in cui percepiamo di essere guardati, non avevamo mai smesso, sia chiaro, ma lo sentiamo davvero, con la pelle, con le labbra, gli occhi arrivano e non sono i più veloci, per una volta. Percepiamo una brezza senza poter dire da dove, le piante dei piedi mandano a memoria un sapere misterioso e nuovo, solleviamo allora lo sguardo e lo proiettiamo, proveremmo anche a posarlo ma la posa non basta, al desiderio di afferrare. Alla fine di quell’attimo in cui avevamo appena iniziato a star fermi, sospesi, anziché affannarci per appagare il bisogno, ci chetiamo, accogliamo la nostra insufficienza, e guardiamo e basta. Ci lasciamo guardare in pace.
A questo punto, mentre siamo fermi sui due piedi, sorpresi tanto dal rollio, nella sua inattesa e quasi totale assenza, quanto dalla nostra sorpresa, dalla quale temevamo di essere vaccinati, un interrogativo nient’affatto inedito, ma sempre rinnovato nella sua energia, trova la maniera di farsi strada, senza disturbare. A produrre il nostro stupore – ci chiediamo – è il felice incontro tra il concetto e la sua messa in scena, tra ragione e sensazione? O, piuttosto, sono le parole che cercano di rincorrere il sentimento, l’ineffabile, e la loro stessa insaziabile sete di afferrare, di arraffare, di carpire per capire, tutto? E cosa vogliono dire, cosa pretendono di spiegare, quaggiù o quassù, qui, in questo luogo da sempre e per sempre impossibile eppure qui, contro ogni pronostico?
Cose che le (mie) parole vogliono dire, pretendono di spiegare, quaggiù o quassù, qui, in questo luogo da sempre e per sempre impossibile eppure qui, contro ogni pronostico:
  1. La semplice ma non per questo meno commovente verità che l’arte si tenta di scardinare l’assioma fisico per cui nulla si crea e nulla si distrugge, nella costante messa alla prova – di sé innanzitutto – con la distruzione di quello che c’è, con la creazione del vuoto e con la generazione di un nuovo pieno. Concepire l’impossibile e arrabattarsi per non accettarne l’impossibilità può essere procedimento arrogante, poetico, glorioso o fallimentare ma, se ci fossimo mai posti il dubbio sulla possibilità che tale procedimento si potesse vestire di tessuto arancione, be’, abbiamo una notizia: si può.
  2. Questo ponte, questa «passerella», leviamoci dalla testa che non porti da nessuna parte. Però ci ha provato, eccome. Ci ha provato con tutte le sue forze. In particolare con una: la forza dell’inutilità, del rifiutarsi di servire. Questo baraccone farsesco vestito a festa e placidamente fiero di apparirci baracconesca farsa, profuma di acqua stagnante, di crema solare e della scrivania di Bartleby. Preferirebbe di no, ecco. Se ci offende, consideriamo che si leverà presto di mezzo, per non tornare più. Questo, lungi dal soddisfarci, ci lascerà col senso amaro di aver rosicato, a vuoto, come sempre. Ci saremo giocati l’occasione di sorridere, risolvendo uno schema di parole crociate. 4 orizzontale, 5 lettere: “Non si può lasciarla a piedi”.
  3. È vero, se ne andrà, smetterà di farsi vedere, e tornerà a guardarci. La sua immagine non si placherà, anzi, seguiterà a cercarci, conscia che la desideriamo, che ci manca. Non è forse già una fotografia, nell’istante stesso in cui la calpestiamo? Il fascino del transeunte risiede nel portarsi sempre addosso il carico della propria sparizione, nel costituire già da subito il proprio ricordo. Come il gol di Grosso contro la Germania, per dire.
  4. Il mondo si può cambiare, anche solo con un gesto. Ogni mondo, non ogni gesto. Non è semplice, non è nemmeno “abbastanza”, ma immaginare un mondo in un gesto è ritrovare un tesoro creduto disperso, è ricordarsi che il giacimento della politica non è affatto esaurito, è gettare un ponte, un invito anziché un compromesso. Il telone chilometrico, che sta sotto ai nostri piedi e ci rasserena, confidandoci che non azzuffarci sembra tutto sommato norma comoda se non buona, si svolge tra qui e di là, e poi ancora un po’ più su, supera il bar, invade la piazza, si infila sotto la porta. Chiama. Ma con voce onesta, schietta. Senza rubarti il posto, senza insegnarti il mestiere. Non tradisce il tuo mondo, non lo sommerge. Si permette, questo sì, di suggerirti che si può, anche, altrimenti. Ma mica fa così solo con te, eh, tranquillo.
  5. Questo elenco di cose che le (mie) parole ecc. sta diventando troppo lungo, come al solito si prendono tutto il braccio. Concedetemi di lasciar loro dire – visto che in fin dei conti inseguono il sentimento da un cesto di attimi – che è bello, qui. «Torniamo?»
«Un momento, ancora»
«Allora ancora un momento»
«Il sole è ormai alto»
«Prendiamo un caffè?»
«Un caffè, sì. Poi andiamo. Magari una sigaretta»
«Tua madre dice che nella foto sembriamo scappati di casa. Hai tu l’accendino?»
«Fa’ vedere?»
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