Essere Curry prima e dopo l’Altro

«Splash!» Riapre gli occhi, al suono del proprio sogno. Non sorride, come faceva invece un attimo fa, dietro le palpebre. Si chiede quante volte gli toccherà rivivere quel momento e illudersi, crederci.
Wardell Stephen Curry II detto “Steph”, omonimo del padre più noto come “Dell”, già cestista degli Hornets di Charlotte, nasce dalla mamma Sonya il 14 marzo 1988, ad Akron, Ohio. Ecco, su questa località, teniamoci da parte un appunto, ci tornerà buono.
Negli stessi anni in cui papà conduce la sua ben più che dignitosa carriera nella National Basketball Association, il mondo della musica è attraversato fatalmente dal moonwalk di Michael Jackson e la Lega dei migliori giocatori di basket del pianeta è sconvolta da un altro fenomenale M. J. Nonostante la lista dei suoi appellativi meriterebbe una bibliografia a parte (“Air”, “His Airness”, “The G.O.A.T.”), crediamo che i più attenti di voi potrebbero averne trovato notizie alla voce Michael Jordan. Steph è un fanciullo educato, dai brillanti occhi verdi, che, quando ha il permesso di palleggiare sul parquet col fratello Seth, fa intuire che il pallone si lasci ammansire volentieri dalle sue mani. Come tutti i suoi coetanei che facciano amicizia con la palla a spicchi, sogna l’NBA. Nel frattempo, l’NBA sogna che il suo Profeta con il numero 23 di Chicago ne consacri definitivamente il marchio anche fuori dagli Stati Uniti. Entrambi i sogni sono destinati a realizzarsi. Intanto, aggiungiamo il 23, a quell’appunto.
Quei dannati ultimi tre minuti di quella dannata gara 7. Tutta la stagione regolare – si tormenta – a vedere una vasca al posto del canestro, a maltrattare le difese avversarie con spocchia, a sommergerle di tiri da tre fino a sfinirle, a vincere, insomma. E in quei tre minuti, niente, non c’era verso di infilarla, «e mi hanno pure segnato in faccia il canestro decisivo, proprio come avrei fatto io, come dovevo fare io».
Negli anni ’90, il basket degli alieni sbarca in Europa. È il 1992 quando i campioni statunitensi si mettono insieme e recitano uno spot di portata olimpica, a Barcellona, per confermare a tutti la già nota verità, che «l’America è grande». Nel 1996, sui grandi schermi di tutto il mondo, Bugs Bunny e i Looney Tunes devono salvarsi da uno schiavista extraterrestre vincendo una partita di pallacanestro. In entrambe le vicende, il protagonista indiscusso fu Michael Jeffrey Jordan. In Italia, una generazione di ragazzini cominciò a formarsi, prima come appassionati e poi come fanatici esperti del gioco inventato da James Naismith, per come lo intendono di là dall’Atlantico. Nomi come Magic Johnson, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant, ed espressioni quali schiacciata, alley-oop e perfino pick and roll, cominciarono a tratteggiare i contorni di un’epica contemporanea abitata da spettacolo, eroi mitologici e, naturalmente, sogno americano. Le voci che quei (non più) ragazzini, compreso chi scrive, hanno imparato a idolatrare, lasciando che fossero il degno commento fuoricampo di quelle gesta assistite in differita (ché, si sa, gli Americani giocano quando noialtri si dorme) erano quelle di Federico Buffa e di Flavio Tranquillo. Oltre quindici anni hanno dovuto trascorrere perché Flavio, disattendendo all’omen di cui il suo gentilizio, lasciasse il controllo del microfono all’esclusiva del proprio entusiasmo per causa di uno e uno solo di quegli eroi alle cui azioni, pure, tanto è avvezzo. In principio fu, naturalmente, Michael; nell’anno di grazia 2016, sarebbe stato Steph.
Nel sogno, lo prendeva lui, quell’ultimo tiro. E «splash», si muoveva la retina, la sirena suonava, e finalmente il trionfo era dei suoi guerrieri, l’Anello agli Warriors dei record, lui aveva compiuto la propria missione, quella di realizzare un ossimoro, compiere il miracolo che tutti si aspettavano. La folla impazziva: «M-V-P! M-V-P!»…
Steph Curry, nell’epoca in cui l’NBA ha compiuto la conquista del pianeta e in cui, come sempre nella storia degli imperi, ora è il mondo che corre verso la capitale, un tempo frontiera irraggiungibile, Curry, si diceva, incarna allo stesso tempo:
  • Un fenomeno tra pop e epica che ha fatto scavalcare al basket il confine tracciato dai fan. Per la seconda volta, dopo Michael, l’attenzione (mediatica e di pubblico) verso le imprese dell’omino con la maglia numero 30, che infila la palla nell’anello tirandola da non importa dove, è stata accesa anche in chi, abitualmente, da questi lidi e da queste faccende mai s’è fatto toccare. Negli ultimi mesi se ne sentiva parlare ovunque, vivaddio.
  • La rivincita dei piccoli nel mondo dei giganti. Steph non è un tappo, intendiamoci, misura 191 cm per 86 kg, ma vediamola così: se lo vedeste muoversi nella vostra bottega di fiducia, per una volta in borghese senza palleggiare sfere, rischiereste con ogni probabilità di chiedere al salumiere se ha assunto un nuovo garzone. Costantemente alle prese con delle montagne di muscoli che cercano di inibirne le intenzioni belligeranti, vi sfido a non parteggiare per questo Davide con l’espressione da canaglia.
  • Il dispiegarsi sotto i nostri occhi – “History in the making“, dicono di là, la Storia nel suo farsi – dell’impossibile che si realizza. Con quei tiri che vanno contro ogni didattica del gioco, contro ogni sua etica, eppure Steph ne ha ragione, e vince. Sospende il tempo, lo spezza insieme alle caviglie dei difensori, quando lascia andare la palla sa già che entrerà, e tutto è avvenuto in un battito di ciglia, più veloce e più stordente di una fotografia.
  • Una presuntuosa faccia da schiaffi che, così, si smarca anche dal tentativo di farne una bandiera, un po’ come fece Bob Dylan con Maggie’s farm. Nonostante ciò, sia chiaro, si sta già inaugurando la nuova generazione di giovani che cresceranno provando tiri impossibili per tutti, tranne che per Steph (che poi, chi lo sa, staremo a vedere).
In tutto questo, lui e i suoi Golden State Warriors, squadra di cestisti accasata a Oakland, nei pressi di San Francisco, sono una gioia per gli occhi e un ufficio di collocamento per gli statistici. Dopo aver vinto il titolo di Campioni nel 2015, nell’ultima stagione hanno registrato il record di partite consecutive giocate nel palazzo di casa e vinte e il record di vittorie in stagione regolare, 73, superando quello precedente che era – guarda un po’ – dei Bulls di Jordan. Steph si è confermato, per il secondo anno, miglior giocatore della Lega, ma per la prima volta nella storia è stato votato all’unanimità (no, nemmeno Michael). Ha contribuito a questi traguardi battendo il record di tiri da tre infilati in una sola stagione, 402, ma non si è particolarmente emozionato perché deteneva anche il precedente, e quello prima ancora. Eppure, se avete guardato bene la lista, non dovrebbe esservi sfuggita l’assenza di un elemento alquanto peculiare.
«In ginocchio, l’avrei voluto vedere sì, ma non così». Era in ginocchio, l’Altro, mentre Steph è riuscito a guardarlo solo per un attimo. Entrambi in lacrime, Steph s’è infilato negli spogliatoi, l’Altro no, è in mezzo al campo, singhiozza. Alcuni minuti dopo, l’Altro grida: «Cleveland, questo è per voi!». Era un uomo in missione. Ora è tornato a casa, per davvero. In Ohio, a Cleveland, anzi, quasi: a Akron.
Il titolo di Campioni, i Golden State Warriors di Steph Curry, l’hanno perso. L’hanno perso nell’ultima gara dell’ultima serie, negli sport USA si chiama Gara 7 e, usano dire loro, «Le due parole più belle dello sport sono “Game” e “Seven”». Questo motto è stato citato, proprio a poche ore dal misfatto, da un personaggio che un certo qual ruolo, in merito, era destinato a ricoprirlo: LeBron Raymone James, per tutti King James e da sempre The Chosen One, il Prescelto, nato alla fine del 1984 a Akron (ricordate?). Sì, stesso ospedale, stessa nursery, stesse infermiere, lui e Steph. LeBron è semplicemente il prototipo del perfetto giocatore: è grosso, è potente, è incredibilmente rapido, è preciso al tiro, è decisivo e, quando il buon Dio stava distribuendo Paura e Rassegnazione, lui l’aveva già stoppato e se n’era andato dall’altra parte a schiacciare.
Da quando era un ragazzino, gli occhi di tutti sono sempre stati sul Prescelto. Il Trono di Michael era vacante e i sudditi non vedevano l’ora di designare un erede, fingere di confidare ciecamente in lui e poi guardarlo fallire e dichiararlo indegno. LeBron fu l’unico cui non tremarono i polsi per quel compito e, anziché dribblarlo e levarselo di dosso, l’aveva preso sulle spalle anche simbolicamente, vestendo la maglia numero 23 (quella, sì). La nuova divinità aveva promesso di portare il titolo a Cleveland, nel suo Ohio. E non aveva mai mantenuto. Anzi, aveva anche tradito, andando a vincere a Miami, salvo tornare per provare a rimettersi in pace col destino. Dopo le ultime ferite, aveva quasi smesso di parlare, mentre Steph inanellava – è il caso di dirlo – i record di cui sopra, e gli rubava flash e telecamere, e per qualche strano incantesimo e una colpevole crudeltà da spettatori famelici, faceva sì che ci fossimo tutti dimenticati di Lui, incantati dagli Splash!, trascinati dal flusso inarrestabile degli Warriors, inebriati di Curry. LeBron era diventato solo l’Altro.
«Un anno fa – si arrovella – l’ho sconfitto, non gli ho lasciato nemmeno il tempo di obiettare. Non perdevamo mai, mai. Ed eravamo avanti, tre partite a una. Nessuno aveva mai rimontato prima uno svantaggio simile. Cosa poteva succedere?»
Per il secondo anno consecutivo, così, i due si trovavano nelle Finals. Steph sicuro di sé e dei Suoi, favoritissimo, celebrato, Davide diventato Golia. LeBron da prescelto a vittima designata, ancora una volta. Sette partite sette, ma tutti credono ne basteranno meno. Gli Warriors ne vincono subito due, schiantano il Re con tutti i suoi Cavaliers. Poi succede qualcosa: presunzione? Paura di vincere? Congiunzione astrale imprevedibile e fatale? Gli analisti e gli statistici si arrabattano ancora per capirci qualcosa, fattostà che la Serie “gira”. King James non ci sta, a governare senza corona. E gonfia i muscoli, torna a far paura, tutti gli altri sembrano improvvisamente piccoli piccoli.
Il Nostro Steph è irriconoscibile. Possibile che la simpatica canaglia abbia paura, al punto da nascondersi nelle pieghe delle partite, da lasciare che gli strappino di mano il Gioco? Alla fine, il tempo sembra fermarsi, il canestro degli altri deve avere una tavola che lo tappa, non c’è verso di far virare il destino di questa Gara 7. Seven fa rima con Heaven, paradiso. Certo, se vinci. Altrimenti sei solo, coi tuoi numeri, i tuoi record, e una manciata di rimpianti.
«Cosa diavolo è successo? A cosa sono servite tutte queste vittorie, tutte le meraviglie, se l’Anello lo porta via Lui? Io sono Wardell Stephen Curry II, sono l’MVP. Io torno qui, tra un anno. Garantito».
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