Guardarsi e riguardarsi, l’arte di stare insieme

Questo testo è stato scritto per il catalogo Remo Pasetto – Dignità del lavoro pubblicato in occasione dell’omonima esposizione, alla Civica Raccolta d’Arte di Medole e a Palazzo Menghini di Castiglione d/S, dal 1 maggio al 8 giugno 2014.

 

Quando qualcosa fa il suo ingresso, o si insinua, nel campo del nostro interesse, di esso siamo soliti dire che «ci riguarda». Analogamente, ma nel verso opposto, diciamo «non ti riguarda» a chi ci interroga, tentando di intromettersi nella nostra sfera privata. Quel dettaglio che rende peculiare un oggetto al punto da credere ci appartenga, o ci faccia credere di appartenergli, lo identifichiamo, quindi, attraverso un’azione decisiva dello sguardo, il riguardare. Esso – quell’oggetto – ci sta riguardando, rimanda a noi lo sguardo, ed ecco che ci dispone a riconoscere che ci interessa, che ci tocca, che ci riguarda appunto.

Tra l’essere guardati o, meglio, riguardati, e l’essere toccati c’è un’indissolubile comunanza che, in fin dei conti, abita il territorio sempre nuovo e inesplorato tra i confini incerti della nudità e del pudore. L’intimità è immediata, nel riguardo, esso arriva come un lasciapassare sempre garantito, è un passepartout che ha già sempre scardinato le nostre remore. Vedere è essere visti, certo, ma può consolarci l’illusione che, celati agli occhi di chi spiamo, saremo capaci di carpire il suo segreto senza spartire il nostro. Quando invece siamo riguardati, allora siamo investiti dalla consapevolezza che non possiamo che farci toccare, ci piaccia oppure no.

pasetto quadro alta definizione rid

La dimensione politica dell’essere interessati da qualcosa o qualcuno, allora, sgorga dalla condizione estetica di esserne toccati, guardati. Già la sola disposizione a essere visibili e guardabili, disposizione che abbiamo imparato a chiamare corpo, è causa primigenia del nostro inesorabile piombare nel politico, nello stare tra molti. L’arte assume su di sé il compito di mostrarci come questo rapporto di discendenza tra i sensi e l’appartenenza alla moltitudine fondi l’essere umano in quanto tale. E l’arte di Remo Pasetto esegue con nitida potenza questo esercizio; essa ci riguarda.

Non si può scartare, con la scusa di un’osservazione troppo facile o banale, l’evidenza che questo sentirci riguardati dipenda dal modo in cui queste figure fissano i loro occhi nei nostri. Piuttosto, proprio da qui occorre iniziare, poiché è in tanto prezioso in quanto disarmante lo sguardo cui esse ci sottopongono; si tratta di occhi penetranti, onnipresenti, ricorrenti. Sul punto di dire che essi ci cercano con attitudine ossessiva, ci freniamo perché siamo costretti a riconoscere che, sì, essi sembrano sempre starci attendendo, da sempre, e tuttavia non ci invogliano ad arretrare; quella che, in questi volti, sembra quasi un’espressione investigativa, ci avvolge nonostante ciò in un riconoscimento. Siamo entrati nelle loro vite, di soppiatto, questo è il nostro timore al principio, ma è ancora la loro prima occhiata, la stessa, a dirci che non siamo estranei, che non ci vogliono fuori da ciò che non ci riguarda. Essi, le loro vite, ci stanno invece riguardando. Il loro sguardo, allora, è il nostro.

Ed è ugualmente nostro il loro tocco, seconda impressione che ci ha presi e trattenuti quando eravamo ancora sulla soglia, sulla tela, dove siamo sempre. Un’impressione fatta di mani; mani enormi, arrotondate e solide, mani fatte di massa, di colore ricco e sporco, mani che hanno fatto, che stanno sempre facendo. Il fare di quelle mani, così ispessito nel loro incarnato, ha un oggetto chiaro ed è quello che ci tocca. Quell’oggetto, che quelle mani hanno fatto, è il mondo. E, se gli occhi ci riguardavano per dire «vieni, guardami, ti guarderò anch’io», le mani ci toccano per mostrarci di cosa sono fatte, di cos’è fatto tutto quanto, e anche noi. «Toccami, fatti toccare, è così che faremo il mondo, una carezza alla volta, creiamo il luogo dove staremo insieme». Quelle mani testimoniano che è fatica, fare, per questo ne vale la pena, per questo ci riguarda.

Questo amore per la generazione tiene insieme l’opera e l’operatività, nessuna di queste figure è sorpresa di trovarci lì né scontenta di mostrarsi nella propria nuda vita. Costoro stanno sempre facendo, la loro carne e il loro sangue sono sporchi di materia, invasi dal lavorio dell’agire, e tuttavia niente compare che sia un rifiuto o un insulto, si tratta di segni lasciati dal mondo, di mondi segnati, è il loro trionfo di autori. L’accoglienza che ci è riservata non potrebbe che condurci inevitabilmente su quei graffi, quella polvere, quegli abiti logori, e non occorre che ci si parli, non servono convenevoli, basta guardarsi e in quella pazienza attendere, verrà il tempo per una scodella di minestra o una tazza di caffè.

Troviamo allora un silenzio che non pertiene all’oppressione e, proprio in virtù di tale aspettativa mancata, ci introduce in un dilemma. Anche il dramma, perfino la disperazione della tragedia e la sconsiderata ingiustizia, sono così spontanei, nella pittura di Remo Pasetto, che non arriviamo in tempo nel tentativo di scostarcene, di dircene distanti; queste immagini giungono sempre prime, questi occhi ci stavano già riguardando. Uomini e donne, allora, intenti nel loro daffare e, pure, colti nel desiderio di osservarci e, molto spesso, farci chiedere se non stiano addirittura sorridendo. Prima erano gli occhi, le mani, poi i corpi segnati, ora è la forma della bocca, sono quelle espressioni a sorprenderci.

Enigmatici, questi visi, sono davvero compiaciuti? Forse, invece, senza proferir verbo ci stanno rivelando quanto non possiamo non sapere, la verità impietosa che quanto vediamo in loro, che ciò che loro vedono in noi, è la vita, nuda e cruda? Talvolta potremmo sospettare che provino l’imbarazzo di chi non farà mai l’abitudine alla presenza dell’occhio fotografico, ma nel giro a vuoto di un istante siamo di nuovo sulla tela, sulla materia modellata dalla mano sapiente dell’artista, dove quelle labbra serrate continueranno a sembrarci, in qualche modo e se potessimo ammetterlo, divertite.

Quel mistero, antico e sempre rinnovato, è forse l’ironia rapace di chi sa che qui si sta e altro non si può fare che starci, non importa quanto crudeli siano le regole, e allora tanto vale trovare la ragione per ridere, di se stessi innanzitutto, perché l’unica alternativa è morirne, di quelle regole. La quotidianità di queste scene, allora, non deve e non può indurci nella tentazione di chiamarle banali, poiché in esse si porta alla luce ciò che altrove resta dietro le quinte e lo si fa con la soddisfazione di ogni piccola gioia: una risata durante la pausa al lavoro, una breve vacanza con la moglie al mare, la sigaretta in cortile tenendo il figlio piccolo sulle ginocchia. L’impatto delicato ma tremendo da cui queste immagini sono state concepite e con cui ci raggiungono, del resto, fuga ogni possibile ipotesi di rassegnato fatalismo e, al contrario, fa tremare i polsi per la spudorata naturalezza con cui ci mostra, in tutto e per tutto, l’umanità che si fa, che si forma, che viene.

C’è un placido incantesimo che impregna queste opere e che, un attimo dopo averci fatto sue prede, guadagna la nostra partecipata confessione. In essa, silenziosamente, ci diciamo che il sottile disagio di quando eravamo appena arrivati è svanito, lasciando la coscienza che non era l’impressione di essere invadenti, a disturbarci, ma, semmai, l’incombenza di doverci denudare. Ma ora, sfiorato l’amore per la vita nella sua più intensa manifestazione, scopriamo con il piacere del desiderio solo solleticato che esso ci appartiene, che gli apparteniamo, che ci riguarda. E non c’è più alcun imbarazzo, il pudore diventa una forza e non più un trattenimento. Il miracolo politico si è compiuto nella comunione dei sensi, arrivammo da soli e ci ritroviamo degnamente insieme. D’ora in poi, non vorremo più andare via perché non possiamo smettere di lasciarci guardare, di farci toccare, di costruire quei mondi e contemplarne il mistero: con un sorriso solo accennato, gli abiti logori e le braccia segnate, le mani grandi e con lo sguardo, finalmente, restituito.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...