Dal pieno al vuoto, vedere nell’invisibile

Questo testo, scritto in occasione della mostra di Michele Della Maestra alla Civica Raccolta d’Arte di Medole dal 16 marzo al 6 aprile 2014, è apparso nel catalogo Michele Della Maestra – Vuoti a perdere, PresentArtSì, Carpenedolo (Bs) 2014, ISBN 978-88-97730-28-6.

 

L’attitudine a sentire è approccio intimamente allacciato tanto all’essere che al nulla. Non solo e non tanto facce della stessa medaglia, quanto anime, avvolte l’una all’altra, dello stesso intreccio, esserci e non-esserci si scoprono nel corpo di chi li avverte, sull’occhio per cui si rendono visibili. Motore dell’incessante disvelarsi del mondo, in effetti, è il suo inesausto rivestirsi, solo una frazione di realtà più indietro o più sopra o più a fondo, di quello stesso velo, di infiniti altri.

Vedere è perdere. Senza che al nostro occhio accada di tralasciare, cioè di concedere terreno all’invisibile, non possiamo parlare del suo gesto, del visto. La visione è un percepire per parzialità, l’occhio è tutt’altro che arbitro imparziale e non può né deve ammaliarci la tentazione di volerlo innocente, scevro da giudizi: lo sguardo sceglie. Esso decide che cosa accogliere, da cosa farsi investire, perché osservare tutto lo renderebbe impotente. Solo all’occhio che è Dio appartiene di vedere tutto, è l’Uno, appunto, per questo rimane eternamente nascosto; l’occhio umano, invece, è innanzitutto già visto e proprio questa sua esposizione gli concede l’onore e l’onere di guardare, per parti, per scandagli, per punti di vista, appunto. Il punto di vista trae il suo privilegio dal fatto che, oltre i margini illuminati della sua direzione, oltre lo sguardo, resta il periferico, il non visto, l’indistinto. Ecco, allora, che vedere è perdere e che nella visione ci si perde; perdere è perdersi.

Untitled 21, 2012, olio su tela, cm. 70x70

Il momento del perdere del visivo è tuttavia avulso dalla sconfitta. Esso non significa affatto che si può e si debba allora andare al di là di sé per ambire a un trionfo ma, piuttosto, che solo assumendo l’impossibile dell’Idea si può finalmente accedere alla contemplazione, cioè alla percezione: ed essa forgia la sua propria essenza nella convivenza materiale, perfino erotica di veggenza e di cecità.

Le opere che siamo a osservare sembrano il cristallino distillato dell’originaria sfida cui l’uomo è chiamato, fin dal primo istante in cui ha aperto gli occhi sul mondo: visibile e invisibile si confrontano sul crinale di cui sono versanti per confidarci che l’uno non ha principio senza l’altro, che l’emersione e l’immersione dell’uno nell’altro è in tutto e per tutto il modus operandi del vedere. Questo continuo intaccarsi della superficie che subisce se stessa viene, tra luci e ombre, dall’organo che meno potrebbe farsi attendere in quel luogo: non è il buio, l’assenza di luce, il niente, lo strumento che l’artista elegge a portatore della sfida; il miracolo di spuntare da sé la differenza tra esserci e non-esserci è affidato al bianco. La pasta uniforme e tuttavia virulenta del candido pieno di luce sposa i due contrari senza sopraffarli, elevandoli invece a sintesi che non cancella, a matrice che non esclude: dal bianco e al bianco tutto entra e tutto ritorna. La divisione che, in molti quadri, lo rovescia in grigio, in ombreggiatura, sembra suggerire questa dinamica della differenza, del ritorno dell’identico in un identico ormai differito, eterna uguaglianza che è uguale proprio in quanto non si identifica.

Untitled 13, 2010, olio su tela, cm. 70x70

In questa mise-en-scène pittorica del decisivo processo del vedere, affidato il ruolo dell’invisibile e dell’irrealizzato all’utero gravido del bianco, quale soggetto poteva incarnare il suo contrappunto, il realizzato, il visibile, se non la natura? Foglie rigogliose, invitanti frutti, fiori che hanno già esordito il loro incanto, che sono stati colti, e pure ancora armonizzano, non muoiono. E sono già morti. Nature morte che non muoiono, quelle di questi dipinti. Nature che rimangono, nell’istante in cui sono viste, precipitevolmente, appese al sospeso attimo prima della sfioritura, dell’effimero, del passato. L’apparizione certamente intima ma solo apparentemente placida di queste figure porta su di sé, invece, la potente e inquieta dinamicità della stasi, quel salto nel vuoto che è il gesto di gettare lo sguardo. Quando realizza la sua potenza, è già nell’ombra, nel grigio, nel bianco.

Michele Della Maestra ci porta sul luogo del delitto ove il pittore abita fin dall’esordio, dove ritorna malgrado tutto, dove il suo destino torna a compiersi, sempre uguale perché sempre differente: davanti alla tela bianca. È lì che la fatale necessità della sua arte lo inchioda, all’impellente urgenza non di riempire quel biancore incombente, ma di svuotarlo. Non è l’horror vacui, la minaccia che fa tremare i polsi all’artista, poiché la tela è certamente bianca ma è tutto fuorché vuota. Il bianco, l’abbiamo visto, è un pieno pletorico e mai sazio, sempre disposto a dare alla luce a patto che gli venga permesso un affaccio sul buio, in altre parole: a condizione che gli venga fatto spazio. Proprio come nel celebre romanzo di José Saramago, Cecità, i protagonisti sono privati della vista da un eccesso di bianco che vela i loro occhi e dovranno imparare a conviverlo per oltrepassarlo, declinarlo da un nuovo punto di vista, oppure restarne neutralizzati, così l’artista nel principio dell’atto.

Untitled 32, 2014, olio e medium alchidico su m.d.f., cm. 80x80

La paura del niente da riempire, quella il pittore non fatica a domarla: piuttosto, l’erculea fatica cui non può sottrarsi è la necessità di spazzare via ciò di cui la tela è piena, con cui essa è nata: il già dato, il cliché, ecco l’Idra. Sulla tela occorre fare spazio per farsi spazio. Occorre perdere per potersi perdere e per disperdere. Creare il vuoto, allora, perché il vedere trovi il suo luogo, si perda in esso, ci perda e, così, finiamo al dunque per essere visti. La mano dell’artista e il suo occhio sono i coreografi, insegnano al visibile e all’invisibile quando insinuarsi nelle pieghe che l’uno offre all’altro e disegnano la liminale danza della bianca assenza e della variopinta presenza. Conquistato il sudato spazio e tratteggiato il delicato riempimento, essi suggeriscono, infine, al nostro sguardo dove posarsi, dove seguire, dove sparire. Dove perdersi. Così, ognuno di questi gioielli colorati, di questi cimeli di maturità avvinti al drappeggio su cui riposano, è per incanto il frutto di un’eliminazione, di una profonda esplorazione che il gesto pittorico conduce, sempre sul confine, sempre sulla soglia tra il trattenere e l’abbandonare; essi sono Vuoti a perdere, allora, perché non c’è assunzione senza dispersione, non c’è prendere senza lasciare e non si può che perdere qualcosa del vuoto per essere autorizzati a riempirlo altrove.

In Della Maestra si palesa, allora, il godimento quasi tattile, quasi gustoso che divampa dalla materia di queste immagini: vorremmo sfogliare i trifogli, indagare il realismo degli acini d’uva, palpare le cavità della zucca e annusare voluttuosamente la melagrana; esse sono pose di uno spettacolo e, per questo, coinvolgimento sensoriale multiplo perché da esse emana il mantra della realtà che si mostra, la musica della carne che si espone, che si dà, per essere avidamente mangiata dalle nostre pupille. Ma solo e sempre in promessa di morte, di scomparsa, di ritorno all’invisibile. E per questo impossibile da prendere, godimento frenato, coito interrotto, ambizione e, di nuovo, bianco. Il pieno e il vuoto resto che sporca le nostre dita insoddisfatte, il sintomo di un piacere che ci richiama una volta ancora, e un’altra, alla tela, alla forma, al colore.

Un piacere che è tale proprio perché è vuoto, esso è il nostro sguardo, sempre in cerca, sempre in perdita.

Untitled 26, 2013, olio e medium alchidico su m.d.f., cm. 70x70

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...