Do Mi Maggior

C’era una volta un maggiordomo che sapeva fare tutto. E tutto, lo sapeva fare alla perfezione. Era stato al servizio dalla Principessa di Su, dal Conte di Giù e, da giovane, dallo Sceicco del Daquialà.

Aveva un curriculum vitae che la Crisi l’aveva prevista, accolta con mille riverenze, servita senza una sbavatura e riaccompagnata all’uscita, dopo la colazione, che si faceva chiamare Boom Economico.

Nel castello dove il maggiordomo serviva allora, un castello che s’era scelto lui prima ancora di conoscere i padroni e dove, arrivato alla porta, era stato il maggiordomo di prima ad aprirgli, riconoscerlo e licenziarsi senza preavviso quasi ringraziandolo di fargli l’onore di soffiargli il posto, in quel castello – dicevo – c’era, in rigoroso ordine di scelta arbitraria: una piscina che erano due, una coperta e l’altra pure; un giardino che faceva tre volte il giro del maniero; una gang di cavalli che facevano il filo alle cavalle con le musiche di Grease; un bambino con una sorella; una bambina con un fratello; un papà con una moglie; una mamma che, però, spesso non c’era.

In quel castello, constatò il maggiordomo quando fece il giro delle stanze con la bambinaia e il cuoco e la cuoca innamorata del cuoco e il cane che indossava una graziosa e sgargiante camicia hawaiana, c’era anche una serie infinita e curiosamente varia di orologi a cucù. Sulle prime, il maggiordomo sollevò un sopracciglio, annotandosi che avrebbe dovuto intimare alla governante di spolverarli con maggior solerzia.

Alle 17 in punto, sul punto di servire il tè, tutti i cucù saltarono fuori cinque volte dai loro orologi, strappando un compiaciuto sorriso al maggiordomo, naturale amante della puntualità e dotato di un orecchio assoluto che gli elencò una complessa melodia con le note diffuse per il castello. Tuttavia, il cucù più vicino, fabbricato per sventura in una lega di canapa e caffè, arrivò lì lì per solleticargli il naso, facendogli scoprire di essere allergico a quella materia e costringendolo a uno starnuto.

«Cucù». «Etciù».

«Salute», fece il cane. E il maggiordomo stette zitto, pietrificato. Ecco qua: occorre dire, per amor di completezza, che il maggiordomo che sapeva fare tutto, ma proprio tutto, non aveva mai imparato a dire «Grazie».

Vi inviterei, badate, a non prenderla come una faccenda di avara educazione ma, piuttosto, come la deformazione di un uomo che si sentiva da sempre ringraziare per la sua competenza e discrezione e che in ogni caso, anche in risposta ai frequenti complimenti, non indulgeva in autocompiacimenti e preferiva ribadire, anzi, «È un piacere, signori».

La vergogna che provò il maggiordomo per quell’evidente sgarbo cui il cane addirittura aveva reagito senza affatto farci caso fu un peso mai avvertito prima e totalmente insopportabile. Il maggiordomo si licenziò, e sì, senza preavviso.

Oggi è facile vederlo aggirarsi per San Siro, ai cavalli, accogliendo con pressoché indifferenti espressioni gli esiti trionfali o disastrosi delle proprie scommesse.

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