Occhi. Clic

«Che cosa c’è?»

Si fermò a pensare che la domanda giusta sarebbe stata: che cosa non c’è?. Non le rispose, comunque. Quello che non c’è – si sorprese invece a pensare – è una fotografia.

obiettivo_2

«Che cosa c’è?» ripeté lei, con pazienza incerta.
«Una foto»
«C’è una foto?»
«Una. Una fotografia. Ma no, non c’è»
«Vorresti che ci fosse una fotografia?»
«Vorrei toccarla, manipolarla. Fissarla fino allo stremo, alla confusione delle forme. Vorrei trasformarla nell’indistinto.
La consumerei, la succhierei come linfa dolce. Ci starei dentro, muovendomi e immobile. Vorrei viverci, in quella fotografia, come su una soglia, senza andare né venire. Star sospeso in quello schiocco di corde vocali, quel morso di labbro inferiore che mi annebbia e nello stesso tempo mi svela tutti i segreti. Starei nel desiderio, puro, e niente potrebbe venire a prendermi: una fotografia puoi strapparla, puoi cancellarla ma non puoi neutralizzarla, sai?»
Lei lo guardava, finalmente. Era curiosa, forse perfino irritata, ma non le riusciva più di essere insensibile. Ecco perché dovette guardarlo, farsi guardare.

«Stai tremando» fece lui, interrompendosi.
«No, non è vero»
«Ti tradiscono gli occhi»

Lei si alzò. Si diresse alla sala da bagno, lui la guardò e trattenne un sospiro. Aveva appena deciso di seguirla e si stava sollevando, si fermò a metà e non si sarebbe potuto più dire, cogliendolo in quello scarto, se stesse arrivando al letto o lo stesse abbandonando. La guardava, la porta aperta, pensando: eccomi sospeso. La vide inondarsi il viso con uno scroscio d’acqua, spinto con forza ma straordinaria attenzione dalle mani che, nello stesso perché, erano già scorse ad accarezzarle i capelli, scuoterli, lasciarlo ancora una volta svuotato dalla sorpresa. Lui non aveva dubbi che lei sapesse, che stesse recitando per lui, un’entrata in scena i cui effetti lui non riusciva mai a tacere, figurarsi ignorare. Lui sbatté le palpebre, un gioco che faceva segretamente quando credeva che fosse possibile così scattare, prendere un’immagine e metterla via. Non per ricordarla, tutto il contrario: per lasciarsi abbattere dallo stupore di rivederla, ogni volta.

Finalmente la raggiunse… lei si fissava allo specchio, col volto ancora bagnato. Lui tentò di cingerla alla vita, con delicata fermezza. Lei non si scostò, ma abbassò lo sguardo, versola propria sinistra, lo mandò nel vuoto.

«Usciamo, per cena?» le propose.
Lei rimase lì, annuì lievemente dando a lui l’impressione di averla convinta perché non aveva alternative. Tuttavia volle insistere: «Cosa gradiresti mangiare?».
Lei scrollò le spalle e sottolineò con un movimento degli angoli della bocca. Poi sembrò pentirsi della propria indifferenza e disse soltanto: «Niente di etnico».
Si videro attraverso lo specchio. «Stai ancora tremando» disse lui, con un sorriso nella voce e stringendo appena la presa sui fianchi di lei. «Non è vero!» protestò lei, liberandosi, sbuffando scherzosamente e cercando di spingerlo fuori dalla stanza. Lui la sollevò con la forza, poi fece per trascinarla di nuovo in camera.

«Mettimi giù!»
«Ho tutta l’intenzione di farlo, sai?»
«Non ti voglio, lasciami!»
«Menti davvero male»
La fece cadere sul letto, le si mise addosso, la fissò nuovamente.
«Stai tremando, ammettilo»
«Mi tradiscono gli occhi?»
Lui annuì, malinconico.
«Clic» disse.

«Sono autorizzata ad andare a vestirmi, ora?»
«Meh…» fece lui per prenderla in giro, scivolando su un fianco e liberandola del suo peso. Poi sapeva cosa doveva attendersi e pregustava già lo spettacolo di lei che si alzava, si slacciava il reggiseno e lo toglieva, per cambiarlo; poi lo stesso con le mutandine, a quel punto lui fece soltanto un verso, la caricatura di un ululato, «Scemo!», rispose lei.

Mentre stavano al tavolo, lei appena terminato il racconto della giornata iniziato in auto, con le disavventure causate da un evento complicato da organizzare per colpa dei committenti inetti, furono interrotti dal cameriere che portò i loro piatti di pesce, diversi ma entrambi molto invitanti. Lui fece cenno che si sarebbe occupato per conto suo di versare il vino, il cameriere sorrise e, mentre si allontanava, lei mise su una faccia come per ricordarsi qualcosa e riprese: «Quella fotografia, allora?»

«È densa, viscosa, ti rimane addosso, come sangue rappreso».
«Io ci sarei, in quella fotografia?»
«È la fotografia che sta in te, a volte farai finta di non sentirla, ma io la vedrò sempre sulla tua pelle, ne sentirò l’odore, sa di giornata al mare ma anche di abat-jour e pane fresco»
Lei sorrise, gli si fece più vicino e, mentre gli cercava il dorso della mano, sollevò un sopracciglio:
«Quando penseresti di scattarla, allora?»
«Già fatto, adesso c’è»

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...