Sabato

Restare, pigramente nel torpore imprevisto di un sabato, mattina. È facile, signori miei, preferire il sabato, anche troppo. Perché non sei venuta? La domenica è come una minaccia, quel bicchiere che tieni tra le mani fissando il fondo finisce sempre, per essere l’ultimo anche se non lo è. Il sabato mattina è più come una promessa, una fragile utopia. O conoscete forse un altro luogo tra tutti gli altri luoghi dove si possa smettere finalmente di sperare, così semplicemente stando? Sapevi che ti aspettavo. Rimanenza, ecco cosa davanti alla macchina del caffè. Chissà se lo sa quella, che si fa attendere ma che, sabato mattina, dove vuoi che corra, mi stai facendo quasi un favore. Tamburellare, intanto, con le dita. Con gli occhi chiusi, sulla piastrella macchiata, quella lì sotto al miscelatore cui dare le spalle come il condannato, cioè felice con la testa chinata, al getto, chinata la testa e l’acqua giù a lisciare i capelli sugli occhi chiusi. Avevamo un appuntamento, no?

© Gabriele Zabelli – http://www.gabrielezabelli.it

Con le dita, ancora tamburellare la noia sui tasti del pianoforte e che importa se poi non sai suonare, tanto meglio se né piano né forte che tanto, vedete, di là nell’altra stanza le coperte sono ancora sfatte, le lenzuola tiepide, le persiane basse, di cos’altro ci si dovrebbe interessare. La domenica no, chi crede di ingannare. Tutti i resti che si spargono da noi intorno a noi si stanno più che altro paracadutando, già in assetto antisommossa, pronti a farci pentire di loro entro poche ore al massimo. Col lunedì che incombe e noi stanchi e costernati dal bisogno, di raccattare i pezzi. Penserai che io mi diverta. Ma il sabato è come un’edizione ridotta, e periodica, del veglione di capodanno. Solo senza promessa, ricordate? Non c’è l’attesa caricata in un anno come una molla che poi però si inceppa invece di rilasciare una forza esplosiva. Non è la delusione di una gioia incomparabile e nemmeno sfiorata a venirti a svegliare, il pomeriggio del primo gennaio, a braccetto con un mal di testa che è più pentimento che alcool. Niente promesse, dal sabato mattina, quindi nessun mancamento all’appuntamento che avevate fissato col destino. Non che ogni settimana, ogni sabato pomeriggio al più tardi, l’aspettativa che le prossime scenette ci cambieranno la vita non faccia capolino ma il sabato lo sa e la disattende con puntualità. Ti fa ridere, dimmi, ti sembra che stia scherzando? La domenica si mette pure in testa di cambiarci la vita, come se ne avesse il tempo. Al sabato, sarà perché ci sarebbe tutto il tempo di questo mondo, non passerebbe mai per la testa, fin dal mattino. E se poi capitasse che, col bicchiere che tieni tra le mani fissando il fondo e finisce sempre, dentro un altro anche se non finisce mai, ti passi per la testa che come stasera non ti sei sentito mai, il sabato si ritira. Lascia quella patata bollente al mattino seguente e alle maledizioni del risveglio. E non vorrete dar la colpa a un semplice sabato costretto a tornare, a farvi visita una volta a settimana, per tutta la vita, dargli la colpa, dico, per il tempo che passa. Avete mai provato a guardare dalla finestra, non in piena luce per carità, a sbirciare tra le persiane della cucina, il sabato mattina? Laggiù in strada come si sta, nemmeno vi stessero aspettando. Buongiorno, signora mia, oggi con i nipotini sì, ma via li lasci fare sono creature. Si parte eh, si parte, al lago oggi, ah ma prima una visitina ai parenti di mia moglie che i bambini non si vedono mai, almeno col sole, goderselo un po’, ma prima i parenti per pranzo sicuramente. Quattro caffè uno macchiato, un succo alla pesca per il signorino eccoquà, fanno sei e novanta, mi sono permesso di segnare sotto al signore ché facciamo conto unico così non vi disturbate, sì. Va’ là l’Ingegnere, Ingegnere, sveglia presto anche il finesettimana, cosa mi dici tua moglie c’ha avuto le coliche, ah non dirmi niente guarda, lo so ben io, lì non c’è niente da fare devi correre in farmacia e sperare di dormire la prossima notte che se ne hai persa una soltanto, devi ringraziare il Cielo, salutamela tanto e dille che si rimetta che vi vogliamo a cena sabato prossimo che apriamo la piscina, se Dio vuole. Potresti almeno guardarmi, mentre ti parlo? Il segreto del caffè è la macchina, dev’essere pulitissima, tarata, calda, e la tazzina, non dimentichiamola, bollente, la tazzina. Certo che come a Napoli, il caffè. Sarà l’acqua, dev’essere l’acqua. Figurati che loro se la portano in bottiglia da giù. Ma la tazzina, bollente deve essere. Ad ogni modo, questo è buono, non eccezionale ma uhm, se ne bevono di molto peggio al giorno d’oggi. «Scopre la madre a letto con l’amante, rapina entrambi e fugge» dico io, bisogna sentirne ancora? I giornali ormai sono meglio della commedia. Sia gentile, mi dia anche la Gazzetta, che dice Del Piero?, e l’Enigmistica per la signora. Nuova, l’auto di Meloni? Mah, a me quelle ibride lì non mi convincono, a me mi piace che abbia spunto quando schiaccio, sai? Ah no, a me basta di star comodo, guarda. Non mi stai nemmeno ascoltando. Tutto il segreto del sabato, al mattino, deve stare nel disimpegno. Stare lì e avere, per una volta, la sensazione di non star sprecando il proprio tempo. Da dove viene quell’esigenza insopprimibile e indigesta di produrre sempre qualcosa, quell’insoddisfazione, quella lotta contro il tempo? Non importa, al sabato. Quando ti svegli ed è sabato, semplicemente non te ne ricordi più di quelle, svanite nel blu e nel bianco del cuscino e delle pareti e del morbido benessere che ti accarezza e ti sussurra che c’è tempo, che fretta c’è, non pensare.

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