Oggetti da tempo. Il telefono a scatti

Proprio ieri sera, nell’ingresso di una pizzeria, lungo il bancone, mi è capitata una scoperta che, mi rendo conto, avrei faticato a sospettare, prima di questa epifania. Una scoperta che riguarda la mia infanzia, del resto è di questo che si parla qui. Si direbbe, a giudicare da come ho reagito a quel che vedevo, che gran parte della mia personale narrazione sulle vacanze estive di allora sia legata a un oggetto particolare; un apparecchio chissà come sopravvissuto a questi anni e divenuto proprio quell’esemplare che mi sono sorpreso a contemplare ieri: un telefono a scatti.

Le villeggiature della mia famiglia sulla costa veneta, tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, sono irrimediabilmente e provvidenzialmente ancorate tra i ricordi salienti degli esordi della mia vita, ovviamente non ne dubitavo prima. L’emersione del telefono a scatti, tuttavia, racconta che, oggi, quando restare collegati con amici e parenti mentre si è lontani da casa o ci si trasferisce è diventato letteralmente più facile che riuscire a liberarsene; oggi, dicevo, quei ricordi si sono sedimentati con una determinazione talmente graziosa e leggera che sorprendo il mio immaginario infantile abbracciato alla misteriosa macchina che mi portava le voci famigliari ogni sera, dopo la spiaggia e in attesa della cena.

Ora torno a ricordare come stavamo seduti tutti e quattro allo stesso tavolo del ristorante di Marino (curioso: non sono più sicuro del nome del locale. “Al pirata”? “Il galeone”? Mah). Ricordo come il fatto che stessimo lì fosse l’ennesimo tradimento dei propositi di risparmio di mia madre, espressi ogni mattina vagheggiando intenzioni culinarie che, alla prima esitazione, mio padre, mio fratello e io provvedevamo a smantellare, ognuno con i propri argomenti. Infine ricordo che il mio, di argomento, quella volta aveva sfrontatamente osato essere: «Voglio chiamare la nonna Zara con il telefono di Marino».

Il telefono a scatti. L’abitudine discreta che accomunava gestore e cliente attorno all’intimità dell’urgenza, da parte del secondo, di avvicinarsi ai suoi cari. Aspettavo con le antenne alzate che qualche avventore spostasse la sedia, si scusasse sottovoce con la compagna o il compagno, e si avvicinasse al bar per comunicare, quasi con imbarazzo, il bisogno di telefonare, una dichiarazione funzionale solo a ottenere un automatico assenso e a lasciar intendere che il pagamento della chiamata sarebbe stato regolato, non c’era da preoccuparsi. C’erano poi gli amiconi, sia dell’oste che – avrei capito anni dopo – del suo bianco alla spina, che l’imbarazzo l’avevano dimenticato nella stessa casa insieme alla moglie, quella che andavano ad avvertire, e gridavano solo: «Telefono, sai!».

E poi c’ero io che, in realtà, li guardavo sospeso e un po’ ansioso, poiché il vero gioco dell’attesa era con mio padre, destinato a designare il momento in cui potessi compiere a mia volta il rito: «Telefona alla nonna» (il nonno non erano uomo da alzarsi da tavola per una telefonata). Allora mi godevo tutto: lo sguardo di finta curiosità della cameriera che avvisavo, i pochi passi verso l’angolo dall’altro lato della sala, la sistemazione di una sedia su cui potessi scalare per agguantare la cornetta e ripetere sussurrando il numero mentre giravo la ghiera trasparente. Quasi non ascoltavo le domande bonarie e sempre uguali che mi arrivavano all’orecchio, concentrato com’ero sullo scommettere quanti scatti stavo consumando e su ogni rumore metallico che mi aiutasse a vaticinare. Scatti. Una cosa rapida, sfuggevole. Una materia fotografica. Il tempo che serve per portare la tua immagine all’altro capo del filo.

Anche il telefono pubblico a gettoni, c’era, lo so bene. Ma lo sento così invaso da un’altra immagine, quella di mia madre che mi porge una scheda di plastica con la scritta “5000 L.”, che non mi racconta degli scatti della mia infanzia, ma piuttosto di collezioni meticolose, già in odore del repentino avvento dei cellulari. Altre storie.

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