Maledizioni

Questo pezzo è uscito, con un altro titolo, sul blog Letterevive

«Maledizione: fenomeno destinato a prolungarsi nel tempo e a impedire con tragicomici eventi il destinarsi di traguardi gioiosi a opera di sportivi che nessuna colpa hanno commesso, se non quella di nascere al posto e nel momento sbagliati».
Una catena degli infausti avvenimenti di cui sopra s’è interrotta non più indietro di una settimana fa, sui prati tennistici più celebri del pianeta: Andrew Barron Murray è il nome da segnarsi per raccontare di chi ha saputo prendere la storia dello sport e farla svoltare, dopo che la direzione avversa agli inglesi sembrava l’unica possibile dai tempi di Perry Fred. Il prode Frederick vinse il torneo preferito dagli Dei del Gioco – parliamo di Wimbledon – per tre volte. Era il 1936 quando le sue mani delicate e pre-imprenditoriali alzavano il trofeo per l’ultima volta. Fin qui, ancora nulla di strano, manca certo un piccolo dettaglio: nessun suddito di Her Majesty avrebbe più imitato il Perry per qualche tempo; non dieci, non venti, ma settantasette anni.

L’alloro, il Bambino e il Gufo

Potrebbe esservi sfuggito che i britannici sono quel tantino orgogliosi; e bene il dominio di Borg, d’accordo l’egemonia di Federer, ma insomma: nostro torneo, nostro campione, chiediamo troppo? Un’edizione via l’altra, la statua di Fred campeggiava sempre più inarrivabile tra i giardini del Circolo più Esclusivo del Mondo, così, giusto per non mettere pressione ai ragazzotti nati sotto la Union Jack. Ebbene, domenica 7 luglio, anno del Signore 2013: intorno alla metà del pomeriggio, non è il tè a far tremare i polsi di tutti i presenti al Centre Court e dell’Unione tutta. Andy Murray, uno che da bambino scampò miracolosamente a una strage folle tra i corridoi della sua scuola, serve per il match contro il numero uno del circuito, Nole Djokovic. Primo Ministro, Casa Reale, nobiltà variegate e Madama Tivù sono tutti col fiato sospeso, c’è chi giura di aver visto anche Fred affacciarsi dalle nubi perenni di Londra e dare il suo assenso. Game, set and match, il Regno ha un nuovo eroe, nessuno adesso ha tempo di ricordarsi che è scozzese: quello era quando non vinceva.

Mentre, finalmente, il bel tramonto dell’All England Club fa sorridere i suoi soci, diamo un’occhiata a un paio di altre maledizioni. Iniziamo da un gioco che qualche attenzione, di là dall’oceano, tende a destarla: il baseball. Un club nel mito della Palla Base è di casa a Boston e si firma Red Sox. Erano i primi anni del secolo, ma quello scorso, quando i Calzettoni Rossi non conoscevano rivali nelle World Series. La loro superstar rispondeva al nome di Babe Ruth ma, anche più spesso, a quello di The Bambino. La mossa regina di tutte le mosse lungimiranti fu cedere il Bambino ai rivali di New York, gli Yankees. Le cronache cerchiarono in rosso la data, era il 1918; ma non immaginavano certamente che la ragione sarebbe stata così tragica e così duratura. Mentre gli Yankees dominavano la lega e la rivalità per decenni, invadendo l’immaginario mondiale a suon di cappellini marchiati, a Boston cadevano preda di reiterate umiliazioni i cui connotati avrebbero fatto impallidire Rocambole. Ma anche qui, è passata la nottata: si è dovuto attendere solo un nuovo millennio. Nei playoff del 2004, sfidando ancora New York, i Red Sox stavano sotto tre partite a zero e nessuno era particolarmente sorpreso: Babe dovette impietosirsi davvero, autorizzò che il velo si squarciasse e Boston rimontò e andò a vincere anche le finali, di nuovo campioni. Cose che fanno andare i giovani tifosi sulle tombe dei nonni per piangere insieme di gioia.

Ecco, poi diremo che non tutte le maledizioni hanno avuto la ventura di lasciarsi infrangere. Da calzettoni rossi ai Rossi di Lisbona: lo Sport Lisboa e Benfica. I portoghesi, nei meravigliosi anni ’60, erano una squadra pressoché mitologica: la prima che non fosse il Real a vincere la Coppa Campioni e capace, grazie al meraviglioso Eusebio, di difenderla l’anno seguente. Era il 1962. L’allenatore del Benfica era Béla Guttmann, un tipo abbastanza singolare da meritare che, un giorno o l’altro, ne raccontiamo in una storia a parte. Insomma, negli stessi giorni in cui i Rossi sconfiggevano un Madrid divino per 5-3 e si tenevano la Coppa, la classifica del campionato portoghese li vedeva assestarsi al terzo posto. Interrogato sul perché, Guttmann asserì con sicurezza che la squadra non avesse «il culo per sedersi su due sedie».

Ma non furono queste le parole più storiche che pronunciò il buon Béla: eccolo dirigersi all’ufficio dei dirigenti e chiedere un premio per aver difeso il massimo trofeo europeo; gli rispondono “picche”. Lui fa due conti, reputa gli manchino quattromila dollari, cent più cent meno, e parla: «Il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni». Guttmann, l’avete capito, era piuttosto loquace, ma doveva conoscere qualcuno nei piani alti del Gioco: il Benfica, signori miei, ancora non se la scrolla di dosso, la faccenda. Nessun trofeo internazionale da allora fu più alzato e vi faccio due conti, per rendere l’idea: due finali perse contro il Milan, poi Inter, Manchester United e PSV, una Coppa Uefa sfumata contro l’Anderlecht e, nemmeno due di mesi fa, la finale di Europa League sfuggita a opera del Chelsea. Con un gol di un difensore. Al terzo minuto di recupero. E la buonanima di Béla Guttmann se la ride ancora.

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