Wimbledon 2013

Questo pezzo è uscito, con un altro titolo, sul blog Letterevive

Per parlare di cos’è diventata la saga di Wimbledon, un anno esatto dopo che i prati dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club sono stati anche dépendance olimpica, vien voglia di fidarsi di uno che qualcosa da questi rettangoli s’è portato via: André Agassi da Las Vegas, Nevada, celebre per l’autobiografico caso editoriale archiviato come Open e perché iridato in tutti i Grand Slam e pure medagliato dell’oro olimpico. Il marito di Steffi Graf ha sostenuto, alla vigilia dell’evento più importante del tennis 2013, che questa sia l’epoca più decisiva della storia del tennis, almeno maschietto: mai s’era visto – dice André – un momento in cui tre fenomeni dello spessore di Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic giocassero tutti assieme; tutti e tre (sul primo non ci sono dubbi, gli altri hanno ancora tempo) potrebbero mettere almeno un gettone di prenotazione al tavolo di Più Grande Giocatore di Sempre.

– Welcome to the Championships

Aggiungete che il poker lo chiude un talento disturbato e britannico – ok, scozzese, ma non fate i sottili – anagrafato Andy Murray e dovrete convenire che, al fan della pallina che scavalca la rete mirando alle righe, l’adrenalina abbia a invadergli il sangue in copiosa misura. Se ancora non dovesse bastarvi, metteteci che la destinata al trofeo tra le ladies fa Williams di surname, il prenome è Serena e ha cominciato da un bel po’ a farci venir voglia di pensare che sia la migliore di sempre.

Ora, il mondo corre e un aggiornamento già occorre: dei tre Re sopraccitati, quello di Spagna è già stato decapitato, a opera di un saraceno belga che al giorno uno del torneo ha fatto il botto. Nemmeno avevo fatto in tempo a vestirmi inpredominantly white e ordinare il primo cocktail a base di Pimm’s che già tutti i discorsi sul tabellone e sul sorteggio sfumavano nel grigio cielo di Londra. Dicevano che King Roger lo Svizzero, uno che ha le chiavi di questo giardino e, non a caso, è stato il primo a giocare perché se non arriva lui ad aprire nemmeno si entra, qui, avrebbe avuto il problema di Nadal nei quarti di finale. Dicevano che, per vincere il torneo l’ottava volta, gli sarebbe servito tutt’altro sorteggio, che il fato non era dalla sua parte, che no, stavolta no, spiacenti. Dicevano, parlavano, ma intanto Rafa pare aver avuto più guai di quanti potesse crearne.

Proseguo la mia passeggiata, dai campi laterali al numero uno, fino al Centre Court. Il mondo, qui, è un capolavoro di armonia tra progresso e tradizione come solo i british sanno mescolarli: i prati sono verdi, i fiori sono viola e questi colori sembrano un’emanazione, come se il logo dei Championships si riversasse su tutte le pareti del circolo. The Championships: vorrà dire qualcosa se, perché tutto il mondo capisca di cosa si parli, basta chiamarli “I Campionati”? Non scopriamo nulla quando scriviamo che quello in questione è il non plus ultra del tennis mondiale; ma queste due settimane sono anche molto di più.

Le fragole con la panna tra le mani degli spettatori; i giocatori rigorosamente in bianco; la pioggia che fa correre su e giù i ragazzotti costretti a coprire i campi; il tetto sul campo centrale che da qualche anno si apre e si chiude, per farli correre meno; i paletti della rete modellati in legno con l’impressione di star lì da che il mondo esiste; gli orologi Rolex appesi un po’ dovunque e guai se non sono in tal foggia griffati; i britannici che non conquistano trofeo e chiavi del Centrale dalle generazioni pre-televisive e adesso smaniano per lo scozzese di cui sopra; il divieto di giocare la domenica, salvo diverse intenzioni di Giove Pluvio; in una parola: Wimbledon.

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