Abitare la soglia: affacciarsi all’infinito attraverso il cinema

Questo pezzo è uscito sul blog Letterevive

Anno di grazia 1895. Sigmund Freud e Josef Breuer pubblicano gli Studi sull’isteria, il primo formula il concetto di inconscio e prende il via quella che egli stesso ebbe a definire “terza rivoluzione”, dopo quelle copernicana e darwiniana. Altra rivoluzione, non meno clamorosa, si sta compiendo altrove, negli stessi istanti. Louis e Auguste Lumière mostrano per la prima volta al pubblico le capacità di un macchinario di loro invenzione e chiamato cinématographe. Sarebbe miopia intenzionale quella di considerare la contemporaneità dei due eventi una mera coincidenza: cinema e psicoanalisi sono tecniche che sollevano, scardinano la tradizionale concezione del soggetto e sono quindi specchi di un’epoca che maturò in maniera decisiva questa messa in questione. Soggetto e percezione sono tematiche filosofiche se mai ne siano esistite alcune e per questo psicoanalisi e cinema ricevono le attenzioni privilegiate dei filosofi contemporanei. Massimo Donà si dedica proprio all’arte delle immagini-movimento, portando in scena il sempre atteso Platone e un altro attore invece più sorprendente.

Massimo Donà – Abitare la soglia

Ulisse, l’episodio è noto, scelse e comandò di essere legato all’albero della sua nave transitando all’isola delle Sirene. Non voleva impedirsi l’opportunità unica di affacciarsi con tutti i sensi all’esperienza celestiale, per questo non poteva turarsi le orecchie; d’altro canto, la magia (si badi, non la scienza) di Circe l’aveva ammonito che, se avesse assecondato la tentazione, essa l’avrebbe perduto. Ulisse poteva solo sporgersi dall’argine del baratro, abitare la soglia, non un passo oltre ma certamente nemmeno uno più indietro.

Quel baratro, quella soglia, separavano Ulisse da che cosa? Quale promessa gli prospettavano? L’assoluto, la conoscenza infinita, vale a dire: la divinità. Avrebbe aperto i sensi al mistero soprannaturale incarnato dalle sirene, un’iniziazione cui ogni uomo ambisce e che, all’umano troppo umano, è e deve essere preclusa. Ecco il significato delle corde che legano stretto Ulisse e gli impediscono di deviare fatalmente dal suo viaggio: non si può andare al di là della realtà, ma si può provare a portare nella realtà un’esperienza altra. Quell’esperienza, per noi, è quella terribile e onirica della sala buia, dello schermo, del proiettore. «Al cinema, cioè, siamo proprio dei novelli Odissei; quasi ci fossimo fatti anche noi legare, ma alla sedia, piuttosto che all’albero della nave».

Non ci si inganni, il cinema non ci porta a conoscere la Verità. Certo, partecipiamo delle sofferenze e delle gioie dei protagonisti, conosciamo i loro destini e le loro passioni, desideriamo perfino che siano i nostri; ma non siamo nell’oltremondano. Vediamo, piuttosto, con una proiezione come quella che Platone ci raccontava tenerci schiavi nella caverna, che le cose non stanno affatto come voleva il filosofo greco. Non è uscendo dalla caverna che ci liberiamo dalle catene e accediamo al vero; scopriamo, invece, che di vero non c’è che la caverna e che, sulla soglia, non è la presunta salvezza ma solo un’altra caverna, che intravediamo. Per fortuna.

Le immagini cinematografiche non hanno e non desiderano l’ambizione di rivelarci il senso del mondo ma, semmai, sono capaci di rinviare al brulicante e sempre reiterato non-senso. Ecco perché ci invocano e ci invogliano a ritornare su di esse: perché quello è il luogo in cui il corpo si sente, in cui il tempo si avvolge e si svolge, in cui il mistero avviene ma sempre e misericordiosamente lasciandoci rimanere al di qua o, meglio, sulla soglia.

Titolo: Abitare la soglia. Cinema e filosofia
Autore:
Massimo Donà
Anno:
2010
Editore:
Mimesis
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