Sul margine. I momenti dello stare

Scritto con Fabrizio Migliorati in occasione della mostra Ezio Soldini – Dal Figurativo all’Informale, allestita al Museo Lechi di Montichiari (BS) nella primavera 2013

Rimanere all’interno della pittura, la propria, per quarant’anni è qualcosa come stare su una soglia. Ma una soglia, non ci si inganni, è sempre duplice: andata e ritorno, partire e rimanere, muoversi e frenarsi. Non sarà mai soltanto un’uscita o un’entrata, ma la staranno sempre usando entrambi i movimenti. Non è lasciandosi alle spalle quella soglia che si cambia ma, spesso, si scopre di averla già superata rimanendo dove si stava.

Si ritrovano con un gesto, quello di gettare indietro lo sguardo per osservare se stessi, i germi delle forme di oggi. Magari allora stavano in un anfratto, magari erano timidi ma certo non dubbiosi, anzi, erano pieni di speranza che sapevano ben riposta. E riaverli, oggi, riempie di senso l’occhio che li accosta ai colori e ai tratti più vicini nel tempo.

Il tempo, dunque. Troppo spesso e comunemente ritenuto astrazione, convenzione, e infine così incarnato: in alberi che si avvolgono fino a disperdere l’attenzione del riconoscimento e a invischiare soltanto la nuda posa ottica; nelle colline tratteggiate con energia, il loro atto grafico un preciso vaticinio dell’avvenire, del divenire pittorico; nelle grafiche fugaci che abitano il colore e, con stupore, si lasciano abitare da esso.

La sapienza tecnica, così evidente, tuttavia non opprime. È essa stessa, piuttosto, a incoraggiare la ricerca del tempo dell’artista in ogni angolo. Egli potrebbe confessare il proprio passato e il proprio futuro ovunque, e lo fa: il suo tocco è abile, insieme forte e concentrato, deciso e paterno e in quest’aura di affetto ci sentiamo avvolti fin dagli esordi.

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Un avvolgimento che, di nuovo, senza costringere, apre alla contemplazione, stato privilegiato dell’accettazione, dell’accoglienza, proprio quella che si dedica a un dono gradito, quella di chi sta sulla soglia, per riceverci con totale sincerità. Ospite: colui che è benvenuto e, nello stesso istante, colui che offre ospitalità.

La soglia, allora, diventa una dimensione temporale prima ancora che fisica, un superamento che nulla ha a che vedere con l’abbandono. Essa è tempo nient’affatto lineare o cronologico ma, piuttosto, momento plenario dell’attesa e, insieme, del congiungimento. In una riuscita sintesi estetica, i momenti di questa esposizione provano a portare alla luce questa ricca nebulosa col semplice movimento di esserne trasportati: figurativo e informale si denunciano come solo apparentemente opposti, così come prima e dopo sono solo illusori tentativi di parlarci che, inesorabilmente, vengono soppiantati con tanta prontezza e senza soluzione di continuità dal fluire dell’uno nell’altro e dal farsi beffe del tempo che scorre, in quanto ipotesi del tutto insufficiente a comprenderli.

Quanta luce sgorga dai toni scuri e alimenta la tela fino al prossimo buio, al prossimo intreccio di graffi. Con quanta potenza il colore si fa confine che non confina, che non chiude. Piuttosto frontiera, ovvero, per definizione, ciò che separa per unire, per essere inseguito, superato, in ogni direzione e verso.

Stare su queste innumerevoli soglie, allora, è un ozio ripetuto che è tutt’altro che spreco di possibilità e, invece, è loro proliferazione, moltiplicazione, proprio come avviene quando ci si dispone a contemplare, ad accogliere. Tutte le occasioni sono possibili, quando si sta sulla soglia, gli occhi e le braccia aperti insieme.

Nella carriera pittorica di Soldini, allora, non si è aperto uno spartiacque ma hanno da sempre germinato, ben più preziose, aperture incalcolabili e percorribili in senso ben più che duplice, come i suoi disegni sembrano sussurrarci.

Oggetti quotidiani, scorci intimi, la natura così come essa appare: i disegni di Ezio Soldini non disturbano. Il trattamento dell’immagine è delicato perché non ingombra né la visione né la vita. Il segno si inviluppa su se stesso senza graffiare la superficie, ma accarezzandola, in silenzio. Esso inizia un movimento che non completa, quasi a dire che dovrà essere la pittura, l’intervento più sostanzioso, più importante, a farsi carico di portare avanti il compito. Ma essa avrà bisogno di tempo, di svilupparsi, quasi sottopelle, prima di approdare all’informale e alla potenza che sembra rinnovarsi con gli anni. I disegni segnano, come avviene spesso negli artisti, una tappa importante che non si lascia riassumere, mancando la parola stessa. Ed è per questo motivo che diviene difficile parlare di queste immagini intime che provengono dal Soldini più sensibile alla calma del mondo. Lievi tracce che restano impermeabili ai veri tentativi di spiegazione, di traduzione letterale. La bellezza del segno, l’eleganza del tratto sicuro e mai ingombrante, resistono ad ogni definizione accademica. La conoscenza delle tecniche si lascia penetrare dalla naturalità dell’espressione in uno scambio che restituisce all’altro polo ciò che manca, la parte così fortemente desiderata che, in qualche recondito recesso del tempo, faceva tutt’uno con il primo. Ma ciò che manca, in questi disegni, è la voce unica, la dichiarazione dell’esistenza di una sola verità. I disegni (è necessario sottolineare che si deve parlare dei disegni, e non del disegno) aprono ad una pluralità di parole soffiate, di lievi sibili di vento che accarezzano il paesaggio. Essi rappresentano una ricerca dalla quale si ritorna, giustamente, con degli strumenti, delle prove, delle testimonianze. Se la ricerca è stata fruttuosa, il ritorno sarà ricco di tutta una serie di conoscenze che potranno essere spese in altri campi. E la ricerca grafica di Soldini appare feconda, interminabilmente feconda, poiché i disegni dimostrano l’alto grado di conoscenza della materia artistica, riecheggiando fortemente in tutta la produzione successiva. Il nostro percorso prosegue ed ecco, così, comparire la prima soglia.

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Da fondi gialli e verdi, dal dominio del denso, emergono casolari di campagna. Li vediamo da lontano, ma ci stiamo già avvicinando. Già ci incamminiamo per i sentieri in collina, tra i vicoli inerpicati, disegnati dai muri delle case stesse. Lungo una parete ruvida, ecco le foglie piene e vitali di una pianta in vaso, la silenziosa passeggiata ci proietta davanti a quella porta. Un attimo ancora e ci accorgiamo che le porte sono due. Gemelle per nulla identiche, la loro duplicità è la stessa della soglia, su cui siamo finalmente giunti e, pure, stavamo fin dal principio. Chissà se ciascuno dei due uscii conduce a una stanza propria o se, invece, entrambi introducono alla stessa intimità domestica, allo stesso focolare. Al di là, forse su un tavolo di lavoro, riposa una figura. Animale, quasi aliena, la sua presenza ci interroga ma non ci turba, il segno che la tratteggia è una predizione che siamo lieti di avvertire. La storia dell’arte subisce qui un sussulto: l’immagine che ci viene consegnata è quella di un oggetto lavorato, alacremente, da un ossimorico realismo cubista, da una decostruzione che non palesa i piani e le faglie di congiunzione poiché le riassume all’interno del non-vedibile. Sembra addirittura che sia la carcassa dell’animale che lavori l’immagine dal didentro, che si destrutturi e si ricomponga prima del sorgere dell’immagine stessa. Gli oggetti sentono la storia, primariamente quella dell’arte, poiché ne hanno assunto gli umori in maniera osmotica, e possono riproporla attraverso le superfici preparate dall’artista. Le porte, anch’esse plurali, assumono quindi una posizione di apertura nel mondo. Esse, celando qualche cosa al di là della semplice percezione passiva, attivano una visione di tipo attivo e narrativo. Queste porte non chiudono nulla: esse schermano, cioè proteggono e mostrano. I due blocchi dell’attivo e del passivo si incontrano qui e, con un leggero stridore, consentono l’apparizione di una nuova realtà di frontiera, faglia e tentativo di tenere insieme le due zone: è l’immagine che non si contenta di essere solamente lì.

Ciascuna delle opere figurative di Soldini si alimenta di vita propria, una vita certamente singolare ma non solitaria, anzi, molteplice al proprio interno. Questa pluralità diventa anche il veicolo attraverso cui ogni immagine sconfina, ritorna e si ripropone, da un dipinto al prossimo, lasciandosi riconoscere e accompagnandoci. Quando l’occhio incontra una profusione colorata che sa essere un filare di alberi, sa anche che li ritroverà nuovamente, e che già li aveva incontrati. Lo scenario introdotto da alcuni tetti, in lontananza, aveva già accolto il nostro arrivo ed è già in attesa del prossimo. La figura, come è sempre arrivata in anticipo, arriverà nuovamente, rassicurandoci ma senza smettere di sorprenderci e interrogarci. Una rappresentazione, quella voluta dall’artista, che non ambisce all’immobilità e che riesce, invece, a riprodursi senza ripetersi. Una proiezione al futuro nella quale non c’è traccia di tradimento del realizzato. Per noi che ne osserviamo i lavori, il risultato è la percezione che qualcosa sta accadendo, che essi ci stanno rendendo visibile qualcosa, innanzitutto la loro stessa trasformazione, chiedendoci di rimanere su di loro, con loro. Una richiesta che non potremo che accogliere.

Le immagini di Soldini, allora, ci invogliano a restare ma non si accontentano di star ferme: l’occhio si muove su questi paesaggi, lungo queste pareti, dentro e fuori queste fessure e apprezza la tentazione di indugiare su alcune porzioni del dipinto, là dove le linee tessono trame complesse che non hanno fretta di svolgersi. Nello stesso movimento, pure, esse non mancano di farlo, finalmente, risolvendosi nella prossima macchia, nella fuga di un’altra linea. Queste sospensioni immaginative, scopriremo, sono il preludio dell’evoluzione pittorica, fatta di tocchi pregni ma spesso fugaci che denunciano la volontà di non affidarsi alla pura riproduzione del visibile. Essa non potrebbe che ridursi a semplificazione e soffocherebbe l’impulso creativo cui, invece, l’artista ha ragione di volersi affidare. L’amena quiete di questi luoghi ci conquista ma non può trarre in inganno e lasciar pensare che essa si esaurisca in se stessa. Questi dipinti, proprio come i due battenti di questa porta, sono socchiusi: entrare in loro e lasciarli uscire da loro è un duplice procedimento sempre già in atto. Farsi, raccontare.

In quel luogo, nella e sulla superficie visiva, Soldini e gli oggetti si fronteggiano in una battaglia segnica, senza fine, producendo non una fase informale, ma una molteplicità di quadri informali. La resistenza ad una definizione temporale, che segni sulla linea dello scorrere del tempo un prima e un dopo, è molto forte poiché ogni dipinto è da cogliere nella sua singolarità e, inoltre, esso stesso si coglie, quasi sorprendendosi, nella propria singolarità vivente ed intransigente. Un dipinto informale è un intrico di forme, di piani visivi che si compenetrano, ma anche di modalità di trattamento dell’immagine e della realtà. La natura paesaggistica e oggettuale dei dipinti figurativi è presente, attualmente, in tutti questi luoghi visivi. Quegli stretti percorsi che, nei primi, ci invitavano a seguirli adesso sono sentieri del giardino raccontato da Borges: senza fine e, di conseguenza, senza un solo inizio, il loro labirinto è il contrario di una perdizione. Questi tratti e questi tragitti, semmai, sono un ritrovamento del tempo poiché non ci chiedono di dotarci di una mappa, di imparare la strada giusta e di affrettarci a trovare l’uscita. Le figure, così rimodulate, invogliano a rimanere su di loro, un istante ancora. Il figurativo sembra aver subito un processo di sintesi e di pensamento emotivo, oltre che un’estroflessione: le linee scavano la materia, acquisiscono più corpo e scorrono su superfici che mostrano il rovescio del figurativo, conservandolo come traccia e memoria. Il dentro e il fuori subiscono un riposizionamento e la soglia, ancora una volta, si dimostra luogo ricco e in movimento. I mondi figurativi informali di Soldini sono la naturale evoluzione delle rilassanti vedute figurative. Già in queste ultime era presente in nuce uno scivolamento verso la forma in creazione. Ma l’impegno assunto dal pittore doveva proseguire con fermezza e i segni informali attendevano di essere annunciati sulla scena del visivo. Il reale, estroflesso e sintetizzato, mostra ancora i segni riconoscibili, anche se criptati o rielaborati in maniera estremamente complessa. Così, l’artista sveste i nostri occhi dell’istintiva pulsione di riconoscimento, del “che cosa?” e svela la loro intenzione più intima, il desiderio del “come?”. Non è più una troppo facile risposta, quella che il vedere ci sottopone, e non siamo chiamati a riappropriarci di queste linee. Esse, liberate anche da questa lieve costrizione, si superano continuamente e la loro forza sembra capace di superare anche i limiti fisici del quadro: il rappresentativo, che la nostra retina portava già con sé, all’incontro con le sostanze rielaborate da Soldini ci viene restituito preda di un sottile e piacevole smarrimento. Esso non scompare né si sente respinto ma è riformulato in termini interrogativi e, quindi, in continua riproduzione. Soldini non rifiuta il reale, rifuggendo da esso, ma lo lavora, instancabilmente, plasmandolo e cogliendone l’essenza. In questo processo di rivolgimento, le cose assumono una forma sporgente, come a dichiarare che il rilievo del reale è presente nel suo interno, e non nella sua forma esteriore. Le macchie di colore si tengono insieme grazie alle fratture che i segni evidenziano: le fenditure gravide bloccano le zone. Proprio un istante prima che l’occhio si lasci confortare dall’idea di aver trovato una comoda campitura, interviene un gesto, magari solo una goccia sanguigna, a produrre uno squarcio che è cerniera, una ferita che è già sutura. Proprio lì avvertiamo il coinvolgimento pieno dell’atto creativo, il suo scaturire, immenso e pure continuamente in espansione. L’artista raggiunge il culmine della propria poetica grazie a quelle linee che non fendono ma uniscono, non separano ma salvano. I segni d’unione, inizialmente sostanziosi ed estesi, in seguito sempre più raffinati, numerosi e avviluppati, sono i margini speciali che mantengono la composizione insieme, delimitazioni che tirano le zone limitrofe, acuendo la curvatura già impressa precedentemente dall’artista. È su queste privilegiate frontiere che, in un’armonia sempre in accenno ma inequivocabile, si accendono le luci su mondi sempre nuovi, capaci di emergere dal fondo senza soppiantare i precedenti o rubare loro la scena. Dove passato e futuro si incontrano, stanno tutte le narrazioni possibili e questi crinali infiniti sono proprio la venuta a galla di una così vivida possibilità. L’occhio viene richiamato da queste zone liminari che raccontano, ancora una volta di più, della complessità e della bellezza di una passiva insistenza in un particolar luogo.

Esitar, sulla soglia.

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