La nuova dignità dell’ultima scelta

Questo pezzo è uscito, con un altro titolo, sul blog Letterevive

 

Cliniche della morte dolce. Il tema della morte, dell’ingresso nella morte, ha deciso e decide divieti, regole, costumi e tabù di pressoché ciascuna aggregazione umana della storia. In una civiltà, quella che siamo abituati a chiamareoccidentale, che ha eliminato le privazioni e le negatività come mai in altre epoche, la morte ha progressivamente cessato di rappresentare un evento tanto ineluttabile quanto imprevedibile. Le implicazioni di questo processo hanno fatto sì che l’immaginario della morte divenisse sempre meno il disegno di un confronto col Destino e sempre più il simbolo della capacità individuale di dominare il proprio, di destino.

Un tempo – ed è ancora così in culture e civiltà diverse, nemmeno troppo lontane – il concetto odierno di eutanasia, il decesso indotto e controllato secondo la piena consapevolezza e volontà del morituro, sarebbe stato probabilmente percepito non tanto come una violazione quanto come un assurdo. Nell’evoluzione che questo fenomeno ha attraversato incontriamo una radicale trasformazione del concetto di dignità. Nell’orizzonte morale umano, dignità e morte hanno sempre condiviso le proprie sorti, nella misura in cui la prima è sempre stata la cifra della capacità di dominare la seconda, non potendo sopravviverle, almeno decidendo come rendersi ad essa.

La trasformazione cui si faceva riferimento, tuttavia, riguarda le modalità di questadignitas: morire degnamente, in un contesto mitico di cui le tracce sono tutt’altro che scomparse dal nostro immaginario collettivo e romantico, ha significato per secoli e secoli andare incontro alla fine a testa alta, consapevoli di star contribuendo a una causa buona e civile (ossia condivisa). Oggi l’eutanasia riavvolge la morte sull’individuo e su lui soltanto, almeno così sembrano dirci le rigide e programmatiche tecniche burocratiche che la esercitano; esse, studiate per tutelare dalle conseguenze che il divieto di omicidio fa cascare sulla testa di chi resta, diventano il veicolo di quella dignità che si traduce in scelta.

Avanzare a spada tratta contro un esercito nemico, affrontando morte certa, è una scelta su come morire degnamente di grado inferiore all’autografare una serie di incartamenti bollati e pagare la parcella del proprio trapasso? Fuor di dubbio è che impostare dei paragoni di rango, soprattutto morale, tra le due modalità è operazione che finirà inevitabilmente per mancare il punto, troppo intenta a determinare un progresso o un decadimento della civiltà. Più interessante, invece, è interrogarsi proprio sulla natura e sulle emanazioni di tale differenza.

Proviamo ad ammettere che si possa considerare, più o meno su parametri generali, la scelta di lasciarsi morire (così diversa da quella di suicidarsi) come indotta dal desiderio di liberarsi dalla passione del corpo prima che lo strapotere del suo lento spegnimento imprigioni anche la stessa possibilità di decidere. Ebbene, la causa cui ci si sta votando è quantomai individuale: l’ambizione a morire prima di restare prigionieri, spettatori di un’immortalità straziante. Di nuovo, si badi, non è questione di stabilire se sia meglio o peggio morire per gli altri oppure per se stessi; e lo stesso dominio del morire per è troppo vasto, sconfinato per essere discusso significativamente in questa sede.

Il caso delle cliniche svizzere, onorato dalle cronache nelle ultime settimane, ha invece a che fare proprio con un diverso paradigma del morire con dignità. Morte a (salato) pagamento, morte a contratto firmato e controfirmato, morte burocratica. La violenza della natura – e, con essa, anche la violenza dell’uomo – viene introdotta nel dispositivo dell’illusione di arginarla, un dispositivo compilatorio che non si esercita con la devozione della causa né con la supremazia morale del sacrificio, bensì con la silenziosa lucidità della norma. La freccia moderna, scagliata con vigore nella direzione di una comprensione totale del mondo, conduce una traiettoria essenzialmente costituita dalla sua imperturbabilità, dall’impossibilità di ammettere delle incomprensibilità. La morte degna, quindi, non passa per la sofferenza ma per la sua cancellazione e, non generando degli eroi, zittisce, invece, le rielaborazioni politiche del lutto.

La morte dolce esige il silenzio, come forma di rispetto, innanzitutto della legge. Su questo silenzio deve procedere la legge stessa che, volente o nolente, deve confrontarsi con la nuova dignità.

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