Giuseppe Zuccarino: Il farsi della scrittura

Questo pezzo è uscito, con un altro titolo, sul blog Letterevive

È attraverso lo scrivere che trattiamo la scrittura. Che trattiamo di essa e che il suo atto ci tratta, ci adopera. A chi stende queste parole, in questo istante, accade qualcosa che è lo scrivere; una condizione ben più gravida di questioni, su se stessa, che di risposte. Cos’è, dunque, lo scrivere? A cosa facciamo riferimento quando diciamo: “l’autore scrive”? E, ancor più a fondo, cosa accade quando lo scriviamo (o descriviamo)? Il farsi della scrittura, risponde Giuseppe Zuccarino. Non un fare attivo, dunque, non solo e non proprio. Non è un’intenzione esterna ed esteriore dell’autore a fare la scrittura; piuttosto, il suo esserne coinvolto, allo stesso tempo incluso e incompreso, costantemente alla ricerca di essa e, in questa ricerca, preda sia del desiderio che della fugacità dell’istante, dello svolgimento, del farsi, appunto. Scrittura che si fa: designata per essere fatta, tuttavia è essa stessa a doversi necessariamente fare, e nel suo farsi, a fare il suo stesso creatore, a dirne l’avvenire, il successo, l’accaduto.

Trattare della scrittura, dunque. Trattarla, come si fa con la materia informe, iniziare proprio dallo scriverla come tale. Manipolarla, letteralmente affondare le mani nella scrittura e riconoscere di farne parte, di appartenere all’istante del suo manifestarsi e al suo respiro talvolta ampio e onnipotente, altrove affannato e insoddisfatto. Scrivere diventa, così, la percezione di convivere con le cose che fanno e si fanno scrittura.

La scrittura esalta e illumina il rapporto con il soggetto, con il desiderio, qualcosa che Roland Barthes tentò di raccontare per come gli stava accadendo. Un coinvolgimento, il suo, innanzitutto corporale, un’esigenza di darsi voce e farsi rapsodia. La ricerca in direzione di un romanzo che non ne avesse la forma e, tuttavia, non ricadesse in quella del saggio, muoveva dall’urgenza di rinvenire qualcosa, in letteratura, che avesse la potenza di ciò che, in fotografia, egli chiamòpunctum: dei frammenti di super-significato o di oltre-senso dal legame dei quali nascesse l’opera.

Trattare la scrittura – insisto sull’espressione così brulicante di senso – è in fondo tratteggiarla, insistervi e modellarla attraverso il tratto, appunto, per cercare di arrivare a trarre, estrarre. Ostinarsi nell’attesa della scrittura ma nient’affatto nella sua stasi; piuttosto una deriva in avanti, l’affermazione dell’irriducibile in scrittura e il rifiuto della sua semplice accettazione. Il segno che si stende malgrado tutto, in virtù della sua massima espressione e, insieme, della sua resistenza e del suo peso, abbandonato come un’orma dal gesto che prolifera, è nel medesimo istante l’erigersi di una grammatica del segno e la fuga di un segno sempre delirante. È il desiderio di emergere della «carne della parola», come Derrida definiva il tentativo di scrittura o, meglio, di (di)segno coltivato da Artaud.

È nel dominio della percezione che la potenza creativa si esercita e preme sia sullo scrittore che sul lettore, al punto da generare in quest’ultimo, come Bataille scriveva a proposito dei libri di Blanchot, l’impressione che il loro autore sia stato costretto a scriverli. Trattare la scrittura attraverso lo scritto – il trattato – è far sì che molteplici sensi si rincorrano, è farsi della scrittura. Il mio scritto, ovvero lo scritto che mi ha.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...