Il treno e la foto

Questo pezzo è uscito, con un altro titolo, sul blog Letterevive

Il treno vive di una capacità di attraversamento che lo realizza laddove lo dispone nell’immaginario. Un treno fermo ha perciò qualcosa di inadeguato, trasmette all’occhio che lo osserva un senso di rottura: è il movimento di un treno – e non invece la sua stasi – a definirne una sorte di naturalità, di continuità, ed è al contrario la sua sosta a imporsi come discontinuità. Questo rapporto con lo spazio, che è già rapporto con il tempo, potrebbe a prima vista essere attribuito a qualunque veicolo, o mezzo di trasporto, stando ovviamente per tutti nello spostamento il fine originario. Tuttavia, forse per la singolare linearità del suo tragitto, forse per la sempre uguale e già ordinata sequenza delle fermate, il treno vive il tempo del movimento diversamente da ogni altro mezzo.

Barcellona (© Gabriele Zabelli – www.gabrielezabelli.it)

Per esempio, i veicoli stradali sono per essenza sottoposti all’imprevedibilità delle condizioni che affronteranno lungo il loro tragitto, a quella somma di variabili che abitualmente chiamiamo traffico o viabilità; d’altro canto, e sempre in stretta relazione con questo primo aspetto, ogni veicolo stradale è indipendente, le sue scelte sono generate in esso stesso e, almeno nelle intenzioni, a esso soltanto relative, perfino quando tali intenzioni emergano come risposta al comportamento degli altri mezzi; le automobili e, in genere, i veicoli privati, possiedono addirittura la facoltà di improvvisare non soltanto le scelte tattiche per raggiungere il loro scopo ma, addirittura, la scelta di quale sia quello stesso scopo, di modificarlo, posticiparlo o cancellarlo.

Se parliamo di aerei e navi, invece, noteremo che essi compiono qualcosa come un teletrasporto, tutt’altro che istantaneo, certo, ma che crea e sfrutta uno spazio fuori dallo spazio. Essi creano un luogo senza luogo, entrando nel quale e uscendo dal quale noi viaggiatori abbandoniamo il luogo di partenza per ritrovarci in quello d’arrivo, riconoscendo nel frattempo un rapporto assai labile, appena sensibile e, ci chiediamo, forse inesistente tra noi e quella utopia in cui il mezzo ci proietta.

Il treno non possiede tali facoltà. Non si tratta di osservarlo, a tal proposito, in termini di difetto o superiorità essenziale. Semplicemente, l’assenza di simili possibilità concorre a determinarne quell’espressione, vien da dire autentica, che esso manifesta attraverso il proprio movimento. Proprio il termine attraverso suggerisce il tipo di immaginazione che cerchiamo di evocare: il treno è il veicolo che più di ogni altro, ce lo sussurra innanzitutto con la sua forma, attraversa lo spazio; non lo abita, come fa un mezzo di strada; non lo crea svuotandolo, come gli aerei e le navi; il treno attraversa lo spazio da un punto all’altro, impone la propria regola senza compromessi e, tuttavia, non smette di aver bisogno del luogo che penetra, di avere con esso una relazione in fondo erotica. Ci possiamo rendere conto di questo peculiare rapporto tra il treno e il mondo anche, forse soprattutto, quando non viaggiamo su un treno ma, sempre nuovamente affascinati, osserviamo un treno passare davanti ai nostri occhi. Magari lo stiamo attendendo al passaggio a livello, costretti a sospendere il nostro proprio movimento in virtù dell’attraversamento di un treno che, come un evento festoso, sarà annunciato da una campanella e, d’un tratto, verrà a squarciare il velo del nostro sguardo per scomparire un istante dopo; oppure lo vedremo sopra di noi, percorrere a un’altezza misteriosa un viadotto e lasciarci a contemplarlo con gli occhi del bambino, dimentichi per qualche attimo della nostra destinazione o finalmente delusi per la conferma che non arriveremo in tempo alla stazione per salire e viaggiare, che abbiamo perso il treno.

Il tempo del treno è quindi quello del placido attraversare, di un’imperturbabile e pressoché costante avanzata: una continuità che, proprio per la sua solennità, avvertiamo tanto adatta, direi per contrasto, all’accoglienza dello scatto fotografico. Il passeggero del treno – e non solo chi lo osserva passare – prova una tendenza all’utilizzo della macchina fotografica che è quasi tanto spontanea quanto l’attrazione dello sguardo per il finestrino, per ciò che trova al di là. Lo sguardo e la macchina fisseranno degli istanti di quel viaggio e resteranno ancorati laddove il treno stava solo continuando ad attraversare, senza distinzioni, senza preferenze. Proprio quei dettagli e quei momenti che hanno, chissà perché, catturato la mia attenzione e i miei occhi, magari fino al punto di farmi desiderare e illudere di essere io, a catturarli, con uno scatto, si saranno impressi sulla retina o sulla pellicola e avranno reso luminosi i loro contorni, si saranno evidenziati all’interno di un attraversamento continuo e identico a se stesso. Un lampo li avrà attraversati, in verticale, e accesi mentre una freccia li attraversava placidamente, in orizzontale.

Il treno e la foto stanno così bene insieme, devoti l’una all’altro, senza disturbarsi.

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