Generandosi. Qualche nota sui lavori di Iva Recchia

Scritto con Fabrizio Migliorati

Sul limitare d’una soglia appare un volto. Sorge da uno sfondo indistinto, senza connotazione. Un mare bianco, immacolato che si dice in quanto tale. Immediatamente, il meccanismo riconoscitivo si installa nei binari della rappresentazione, come se da questa necessità non si potesse prescindere. Insorgono, con quel bisogno, sia la sua predominanza che l’impossibilità di dirsene completamente soddisfatti. Tentare di oltrepassare quel senso di mancamento, tuttavia, non può che comportare immediatamente un ritorno insistito a guardare.

Occhi, due occhi: una coppia. Il volto compare nel momento stesso in cui lo sguardo si riconosce come tale e come tale si fa riconoscere.

© Iva Recchia

Uno sguardo che invita, che richiede una forma comunicativa silente ma che rimane ad uno stadio germinale, senza osare. Fissare questo sguardo aiuta a raccapezzarsi un po’ in queste macchie poco familiari, ed esso assurge quasi ad essere il focus della nostra sensazione e, di riflesso sensibile, del quadro stesso.

Eppure il centro di questi dipinti non è situato nello sguardo, ma poco più in là. Gli occhi forti, così immediatamente vogliosi di uscire dal quadro, si stemperano proprio su quello schermo che la pittura è. Si bloccano, in uscita. E il nostro sguardo cerca di penetrare in quella pittura fino ad arrivare all’agnizione di una topografia dell’immagine che, anche se in piccola parte conoscibile, si rivela a noi, schiudendosi delicatamente. Le pennellate che delineano gli occhi li formano seguendo la loro forza centrifuga ma, a quest’ultima, si oppone il suo rovescio. La carne di questa pittura si fa brulicante e le linee nascoste sembrano far partecipare lo spettatore ad una centripeticità che non si sovrappone perfettamente con il suo opposto, ma lo manca, per qualche istante. Un gioco naturale di sistole-diastole che si mantiene nella vicinanza e nel movimento. Il centro, diffuso, dal quale partono i raggi produce ciò che l’altro centro, situato nei dintorni, fagocita ed addensa.

Ancor più che essere esse stesse un esercizio di forze, queste linee solitarie, intessute per diventare una solitudine sola, testimoniano di quell’esercizio; esse sono la traccia, il rimanente delle forze, come un’impressione lasciata dal passaggio di una tempesta energetica. Un’orma premuta sulla tela che, nonostante ciò, non ha scavato per trovare la figura sotto la superficie, bensì ha cercato di tirare fuori il dipinto. Con la propria transizione, ha sollevato l’impressione e l’ha lasciata come l’ha trovata: impaurita dalla sorpresa, impreparata a una raffigurazione e traballante. Così questi volti, questi sguardi tentati, sono congruenze mancate, vettori disallineati all’intenzione, inesorabilmente nostra, di riconoscerli. Tracce impreviste che, con il suscitare quell’intenzione e quella tentazione e con il disattenderle puntualmente, in un’ulteriore presa al centro e fuga da esso, spezzano l’illusione di una comprensione, di un nome, la tarpano sul nascere. Essa rimane sulla punta della lingua e la delusione della sua rivelazione ci è risparmiata.

Ciò che passa, ciò che, fisicamente, riesce ad andare oltre, a sfondare verso l’esterno, è quindi solamente non il silenzio, ma un silenzio. Un silenzio qualsiasi, non individualizzato, e quindi fatto personale e passato come tale, ma un silenzio qualunque, intendendo questa “singolarità qualunque” come la sua forza, la sua massima espressione di intimità, la sua resistenza all’individualismo. Un silenzio selvaggio che si promana nel pieno della realtà esterna al dipinto proprio per quel vuoto che quella figura ha intorno ha sé, che ha creato, facendosi spazio. Questo farsi spazio, quello dell’impressione che si fa – e che ci facciamo – solo del suo essere lasciata, tralasciata, impressionata, è certamente una venuta. Ma non si tratta, qui, di tratti di divinità che si rivelano; è la venuta, mondana e carnale se ce n’è una, dell’abitante della natura, dell’animale. Tra le spire di quel bianco, che può essere accecante ma di certo non è cieco, si fa avanti, con incedere fiero della propria incertezza, l’essere che non parla e che, proprio per questo, ci guarda con ancor più intensità. Al suo sguardo, al suo silenzio, non sentiamo di poter sfuggire se non guardandolo a nostra volta, seguendone le orme, fino ai limiti del quadro. Ripresi nel movimento delle stesse forze che ci hanno portato fino a quel punto, lungi dall’essere spinti a uscire dai bordi, ritorniamo alla fonte, consci di essere visti da quegli occhi silenti poiché siamo noi i primi a guardarli e a vederci noi stessi.

Riflettendo su questi lavori si ha l’impressione di sprofondare in una reciprocità continua che fa dell’uscita dal quadro la sua interiorità e dello sfondo la sua possibilità di esistenza proprio perché questo bianco è nulla. Un nulla che resiste alla tentazione di essere un niente, che rimane, cioè, nulla vuoto di forme ma accogliente. Nulla ospitale. Qualcosa si staglia su di una superficie e se ne separa, come per negarla, per abiurare ogni legame famigliare. Ma quel legame da rompere è quel legame che si tiene, che resta e, nonostante le volontà, le forze su di esso impresse, resta per dare vita, continuità.

Nella continua andata e ritorno, nella fuga ripresa nella rimanenza, allora, si intesse una relazione che è una direzione. Appare, su queste figure, un attraversamento dello spazio che si fa spazio: qualcosa che si apre uno spazio, un passaggio, per divenire a propria volta spazio, ma senza trauma. È piuttosto, di nuovo, la morbidezza dimensionale garantita dal bianco, un bianco lattiginoso e originario che manca la sua stessa minaccia: il troppo pieno. Al rischio di accecamento del tutto-di-luce si contrappone questa pienezza di spazio; si badi, non uno spazio completamente riempito, bensì un luogo liberato dai cliché perché rimanga pieno solo di spazio stesso. Uno svelamento che è come il sollevamento di un tessuto, un gesto di cui si può avvertire il verso, la traiettoria da una parte all’altra della tela, intravedendo il lascito del suo addensarsi, di nuovo: la sua traccia, la sua venuta. Che è una venuta alla luce, alla vita, in un movimento che – non potrebbe essere altrimenti – non è allontanamento, bensì si dirige verso il rimanere. Questi corpi stanno e mi guardano. È il loro esordio alla vita.

In questo processo vitale si incunea però un’altra forza. Come in precedenza abbiamo visto lo scivolamento laterale del centro del dipinto, ora è necessario soffermarsi su di un movimento similare, che porta la pittura a riacquistare i suoi valori veri.

Qualche volta, necessariamente, la figura sfugge. Il formato verticale forse aiuta questa fuga, probabilmente ne acuisce le premesse, sicuramente ne trattiene le sofferenze. Le figure perdono il loro figurativismo poiché in ogni lavoro c’è una fuga. Questa fuoriuscita è, però, ancora interna al dipinto, non esce lasciandolo. C’è, come per ribadire questo movimento, un’uscita ancora interna. Tutto ciò accade nei dettagli, nella profondità della loro carne. Il pennello si intestardisce e non raffigura più, lotta per sentir rompere gli strumenti imposti, si libera. Lo strumento, da mero portatore di una pressione che disperda materia, diventa nello stesso tempo il frutto e l’artefice di un’alchimia misteriosa: la pesantezza materiale non sembra più una necessità fisica dell’orma, dell’impressione, che riesce ora – in certo modo come accade alla fotografia – a lasciare il segno con un lieve sfioramento, il segno dello sfioramento che affiora, liberato. La libertà sembra non rivelarsi nel ritiro, nella sparizione, ma nel suo contrario, nella massima esposizione, insistita. Ecco che tutte le forze della figura, le polarità e gli equilibri paiono sfaldarsi ma, in verità, si affrancano dai loro ruoli per seguire questo scivolamento verso il basso, questa caduta ostinata nei dettagli che si rivelano capaci di un’attrazione senza pari. Lì, in quei momenti di massima pittura è possibile vedere una vera de-generazione del quadro. Una piccola particella, un dettaglio, il de che mostra il proprio distacco dal generis, dal lignaggio di quella pittura e, forse, della pittura tutta. Se vi è degenerazione è perché il quadro è un’opera in movimento, tanto in direzione di un distacco dalle premesse quanto verso una ri-generazione, un nuovo modo di vedere, di intendere il mondo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...