Itinera – Quando credi in un’idea ti chiamano ateo

Questa intervista è apparsa sul n. 1 di Itinera – Rivista di filosofia e di teoria delle arti (Nuova serie) [ISSN 2039-9251]

 

Azio Corghi è compositore e musicologo. Nella sua lunga carriera ha composto opere teatrali, balletti, musica elettronica, lavori sinfonici, corali e cameristici. Si dedica da molto tempo e con grande passione all’insegnamento ed è titolare della cattedra di perfezionamento in composizione all’Accademia di Santa Cecilia.

Corghi ha collaborato molte volte con José Saramago nella creazione di opere tratte dai testi dello scrittore portoghese. L’amicizia che ha accomunato i due artisti ha fatto dell’aspetto professionale solo una parte del loro legame.

Il testo che segue è il frutto di una lunga e piacevole conversazione, dagli spunti molteplici e originata dall’idea di omaggiare Saramago attraverso le parole di chi lo conosceva e ne ha condiviso i percorsi.

Delicatezza, intimità. La tenerezza di una prossimità che è quella di due vite, intrecciate dall’arte e da molto di più dell’arte. Qualcosa che anche chiamare amicizia è banale, che non si lascia ridurre dentro le parole. Nell’evocare il ricordo di José Saramago, a così poco tempo dalla sua scomparsa, la commozione è ancora un coinvolgimento dei sensi, un fatto corporale. E stare ad ascoltare Azio Corghi, mentre questo evento si produce in lui, fa sentire una volta di più che quanto di più prezioso ci si porta addosso, di chi si ama, è l’inesprimibile. Nonostante o, forse, proprio perché le parole non bastano, raccontare è il desiderio che ci resta.

Azio Corghi

Quando e come avvenne l’incontro con José Saramago?

L’incontro con José avvenne dopo che vidi su La Repubblica una recensione di Tabucchi che mi colpì molto e subito mi procurai e lessi Il memoriale del convento. Era trascorso un anno dal 1984, quando avevo portato in teatro la mia prima opera, il Gargantua. Il successo ottenuto spingeva molti a invitarmi a replicare; dal canto mio, mi arrovellavo per trovare il soggetto ideale per un’altra opera. La narrazione del Memoriale fu una folgorazione e decisi di scrivere a Saramago per proporgli di metterla in scena. Dopo alcuni intoppi, dovuti alla SIAE portoghese che non inoltrava le lettere, riuscimmo ad entrare in contatto e ci incontrammo a Roma per accordarci sull’idea da realizzare. José non mi chiese delle mie intenzioni estetiche, la prima cosa che disse fu: “Come si chiamerà?”. “Blimunda”. E fu deciso. Quando José venne al Teatro Lirico di Milano per la prima – il regista era Jérome Savary – aveva da poco pubblicato L’anno della morte di Ricardo Reis e stava scrivendo Il Vangelo secondo Gesù Cristo.

Blimunda, la figlia di una donna condannata per stregoneria, possiede il dono di “rubare” e incorporare le volontà degli uomini, come fossero fatte della stessa sostanza. Le userà per far funzionare una macchina che permetta a lei e Baltasar – il suo uomo – di volare. Eppure non sono certo l’ascesa al cielo e l’abbandono delle cose terrene ciò cui aspirano i protagonisti di Saramago.

No, affatto. Anzi, quando la macchina per volare ha appena fatto in tempo a portarli in cielo, Baltasar sta già gridando “Terra! Quella è la mia terra!” e già la sta desiderando. E questo concetto è reso con ancora più forza nel finale del Memoriale. Durante l’auto da fé c’è la carnalità, c’è il corpo di Baltasar che, bruciando sul rogo, non libera un’anima al cielo ma la lascia alla terra, a Blimunda, cui appartiene. Una straordinaria espressione di amore, sentimento panico, l’amore di Saramago per l’uomo.

Quella di Baltasar mi sembra la stessa carne di Cristo – nel Vangelo secondo Gesù – che, prima di morire, non chiede a Dio di salvare le anime dei suoi aguzzini, nel Paradiso, bensì chiede agli uomini di perdonare Colui che li ha destinati ad una Storia di sofferenze, qui in terra.

Questo concetto, l’appartenenza alla terra – sia essa nella gioia che nel dolore –, era per Saramago una cifra filosofica. Lo sottolineo perché credo che, tra tutte le parole che sono state sprecate, anche da certe critiche vigliacche di questi giorni, quelle che andavano dette su di lui non si sentono abbastanza: José Saramago era uno scrittore. Grandissimo. E un altrettanto grande filosofo.

Dopo il successo di Blimunda, vi siete ripetuti con Divara, nel 1993. La vicenda drammatica degli anabattisti nella città di Münster, nel XVI secolo.

Lo spunto per Divara ci venne quando portammo Blimunda al São Carlos di Lisbona. L’orchestra scelse la sera della prima per scioperare. A noi non rimase che andare a mangiarci una pizza e la presenza di Will Humburg – che era il direttore d’orchestra a Lisbona ma anche General Direktor a Münster – fu l’opportunità per l’idea: Divara sarebbe andata in scena proprio a Münster».

Le persecuzioni religiose, l’ubriacatura di potere. Temi che Saramago non ha mai temuto, nonostante l’ostracismo che subì per questo.

I ritratti che vogliono racchiudere José sotto l’etichetta dello scrittore anticlericale sono frutto sia di scarsa conoscenza che dell’intenzione di screditarne l’opera con facili ideologismi. José era critico verso ogni forma di potere.

“Penso che nella società attuale ci manchi la filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo determinato, come la scienza che invece procede per soddisfare i suoi obiettivi. Ci manca la riflessione, pensare, necessitiamo del lavoro di pensare e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”. Sono le parole che chiudono il blog di Saramago.

L’idea è ciò che sta dietro ad ogni impegno. Senza idea non c’è lavoro, non c’è creazione. Per José, questo è stato sia un sentire filosofico che un’assunzione di responsabilità e non ci riferiamo all’idea iperuranica, lo ripeto. Qui è la terra, è la materialità. “Filosofia come spazio” dove esercitare il “lavoro di pensare”, come nel laboratorio di un artigiano. Purtroppo viviamo il paradosso per cui, quando credi a tal punto nell’idea, è allora che ti chiamano “ateo”.

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