Clément Chéroux: Diplopia

Recensione pubblicata sul mensile di attualità e cultura La Civetta

 

Dieci anni, e il secondo aereo ancora non ha smesso di arrivare, di stare arrivando. Quel mastodonte minuscolo e leggero non accenna a interrompere il suo essere-sul-punto-di arrivare. Continua imperterrito la sua corsa nel vuoto, un volo furioso ma infinito, veloce come la luce ma immobile. Il secondo aereo sta per entrare: sta, appunto; fermo nel gesto, una sospensione che è quella della dichiarazione affermativa e perentoria, la stasi dell’assunto definitivo. Quale assunto, in questo stato (statement/state)? La conferma, temuta perché attesa, che il primo schianto niente aveva a che fare con il caso, con l’incidente. Quel secondo aereo, sempre sul punto di schiantarsi, ci disse per la prima volta «11 settembre 2001». E ancora non ha finito di gridarcelo, non smette di starsi infrangendo sulla Torre 2 del World Trade Center; quell’immagine ci guarda da dieci anni, da allora ci costringe a guardarla.

diplopia

Quell’immagine, tutte le immagini degli attentati del WTC, ne furono il prodotto monumentale, maestoso e più intenzionale. La risposta del sistema comunicativo agli eventi fluì naturalmente da essi, troppo efficaci e oliati i suoi dispositivi per non prevederne la reazione immediatamente mediatica. E tutti, in tutto il mondo, assistemmo all’11 settembre; tutti, nello stesso istante, associammo le nostre quotidianità a quelle immagini, al secondo aereo. Una Storia era già nata, erano le immagini a raccontarcela. Avrebbero continuato per giorni, settimane, anni, eppure sarebbero sempre state lungi dal loro intento di generare una Visione, il limpido cristallizzarsi di una verità.

Diplopia è quel fenomeno disfunzionale della vista per cui, in sostanza, vediamo doppio. Ciò su cui il nostro sguardo si posa ci si presenta disallineato a se stesso, duplicato, una ripetizione che non giova. Nella pletora apparentemente inestricabile di filmati e fotografie, che scaturì dagli impatti dei Boeing nelle Torri, si distinsero, fin dal primo istante, alcune visioni diplopiche. Che ancora non si riallineano, anzi. Se la diplopia ottica è spesso dovuta alle conseguenze di un trauma, il tentativo di elaborare l’evento più traumatico della contemporaneità tradisce molto del sistema dei media globalizzati.

Le prime pagine dei quotidiani, dal 12 settembre in poi, si addensarono intorno a pochi soggetti fotografici, sempre identici; i servizi telegiornalistici riproponevano in loop le stesse sequenze; i ricordi che avremmo conservato per sempre venivano edificati fin dai primi fotogrammi. Il primo sfasamento diplopico fu inoculato da quelle scelte, da quelle decisioni, dalle esclusioni che vennero operate nei confronti di altre immagini (tra cui L’uomo che cade di Richard Drew, divenuta celebre anche in virtù di quella stessa censura). Se quelle scelte, istituzione di un linguaggio globale, possono essere definite “orizzontali” proprio in virtù della loro geografia mondializzata, un’altra diplopia, ma questa “verticale”, emana dalle selezioni stesse: verticale perché cerca di proporre doppiezze, copie, ritorni stavolta temporali, riletture storiche cui far servire le immagini, manipolandole. Così rivediamo la bandiera issata a Iwo Jima, ma stavolta a New York; e ugualmente, la nuvola disastrosa che si leva dalle macerie di quella che ormai è Ground Zero diventa la stessa che oscurò Pearl Harbor.

Visioni, tentativi di comprensione, tuttavia irriducibilmente fuori allineamento, impossibili da fermare una volta per tutte. Perché impossibili da placare sono le immagini dell’11 settembre, lo è quel secondo aereo, dopo dieci anni.

Clément Chéroux
Diplopia
Einaudi, € 19,00

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