L’unità, fare corpo

Questo testo è apparso nel catalogo della mostra Volti della guerra, organizzata ed esposta alla Civica Raccolta d’Arte di Medole nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Una guerra per l’unità. L’unità come obiettivo della guerra, unità da raggiungere attraverso la guerra. Molteplici sensi emanano da questo nucleo.

Cosa significa unità? Essa è necessariamente unità di. Già questa è caratteristica peculiare, che precede la pur spontanea domanda: unità di che cosa? Nel primo e fondamentale movimento, quindi, c’è una molteplicità – ancora non importa quale – che si raccoglie, si unisce, appunto. E pluribus unum, da molti si genera l’uno.1

Mimì Quilici Buzzacchi, Il nonno garibaldino, 1961, olio su tavola

Quella su come si definisca il prodotto di questa unità, su quali siano le sue qualità notevoli, è questione meno banale di quanto sembrerebbe in prima battuta. Se molti si incontrano per creare una singolarità, occorre capire cosa accada alle molteplicità. Il baratro aperto da questo interrogativo è lo stesso sul quale si affaccia da sempre la politica, senza riuscire a indagarne la profondità. Le qualità di ciascun ente individuale si sommano scomparendo, come in una simbolica fusione che dia vita a un nuovo singolo con qualità nuove anch’esse? O, piuttosto, ciascun individuo conserva la propria singolarità, tutte le differenze che lo distinguono e la loro collaborazione parallela costituirà l’essenza unitaria? I due esempi proposti sono soltanto i più semplici, certamente non esauriscono le infinite possibilità di formazione di un’unità. Il concetto chiave non è la natura del movimento ma il movimento stesso, che si condensa nel prodotto dell’unità – unità che, a tutti gli effetti, può essere nome sia del movimento sia del prodotto –. C’è un nome collettivo, tuttavia, che si riferisce specificamente al prodotto dell’unità (ai prodotti di unità diverse): corpo.2

Accorpamento

Il movimento unificante che diventa unitario è la creazione di un corpo. Quando partecipa a tale creazione, ogni volta che entra a far parte di un gruppo, il singolo si accorpa, unirsi è accorparsi, fare corpo. Corpo è l’insieme degli organi, l’organismo, ciò sotto il cui nome e, quindi, comando stanno tutte le parti che solo insieme possono vivere, produrre, riprodurre. E corpo è il nome che diamo a un gruppo organizzato di singolarità: chiamiamo corpus una raccolta ragionata di opere; esiste il corpo docente, il corpo sanitario; il corpo tipicamente militare, infine. All’incontro di unità e guerra si situa il corpo. I corpi precedono la guerra, ne sono condizione essenziale. La guerra è affronto dinamico di identità in contrasto, una condizione politica spesso ritenuta fondamentale, sia pure in potenza. Carl Schmitt riduce le opposizioni di identità in contrasto alle categorie di amico e nemico, definendole come le condizioni di esistenza del campo politico.3
Si va alla guerra fianco a fianco con l’amico per affrontare insieme il nemico. Ci si avvicina, si sta il più stretti possibile, quanto più compatti si riesce allo scopo di aumentare la propria forza d’urto e la propria resistenza alla forza altrui. Il timore di essere toccati, scalfiti nella propria incolumità avvicina così da avere e offrire sicurezza. Si fa corpo.4
Far corpo è unirsi, superare le differenze per essere uno, diventare identici. Accorparsi significa identificarsi, acquisire un corpo supremo che si costituisce intorno all’identificazione, al farsi dell’identità. Una guerra per l’unità è un incorporarsi dell’identità. In quanto la guerra civile è uno smembramento del corpo, il suo dividersi in membra – appunto – che si distruggono tra loro, in tanto il desiderio dell’unità nazionale è quello di creare un corpo unico, di addensare spiriti, tradizioni, speranze, vite. Corpi. E volti, i luoghi del riconoscimento dei corpi, vale a dire: i luoghi dell’identità.5

Identità, simbolo

Quando osserviamo i ritratti raccolti in Volti della guerra. Le idee, gli uomini, la posa stiamo di fronte a dei disegni di visi realizzati per testimoniare, cioè conservare e tramandare. I ritratti, il fatto che ora stiano alla mercé dei nostri sguardi, che siano sopravvissuti per essere fisicamente sottoposti ai nostri occhi, sono testimoni del valore dei loro soggetti, del merito, da essi conseguito, che si garantisse la loro memoria. Sono il ricordo della loro identità. Quella di uomini che hanno partecipato a conseguire l’unità, che hanno creduto nel valore morale che essa costituiva e combattuto per tale valore. La leggerezza delle loro espressioni contrasta con il peso dell’impegno cui hanno partecipato, di cui sono simboli. Una pesantezza che è quella viscosa della Storia, delle storie, viene a noi tralasciando il proprio peso, sollevandosi leggera e fiera, uno sguardo collettivo che diventa già il nostro mentre lo subiamo, l’unità degli sguardi ritratti verso il futuro. Futuro di cui si va fieri perché è il proprio, quello desiderato: proietta una linea luminosa che squarcia il tempo pesante, quello delle storie frammentate e contrastanti, quello della fatica e ne costituisce uno nuovo, la Storia, il simbolo. In quei volti c’è la leggerezza del simbolo e c’è l’identità col simbolo, quegli sguardi diventano i nostri, noi riconosciamo quei volti e quelle pose, ci riconosciamo. E nel diventare identici a loro, ci facciamo simboli della loro Storia, ce ne appropriamo riconoscendoci in essa e diciamo “questa è la nostra Storia”. Di questa identità che vuole riassumere l’Unità6 i ritratti, che sono corpi ricreati, si sono fatti metafora.7 E su di essi, sui corpi fattisi immagini – e così immortali e per sempre in grado di venire – sono i nostri corpi a recarsi, a portare lo sguardo e la propria identità. Quella leggerezza diventa desiderio per i nostri corpi, la promessa di elevazione dalla nostra pesantezza, una promessa che è quella dell’eroismo. Gli eroi sono leggeri.

Marziale leggerezza

Di cosa si sono alleggeriti gli eroi? Quale leggerezza ci promette la loro immagine? Dei corpi. Facendosi corpo unico, unito, unitario, essi sublimano ciò che, dei corpi, li incolla inesorabilmente alla terra. Il carnale, che faticosamente ha trascinato questi uomini dentro le loro vicende, che è stato ovunque, in ogni istante delle loro vite e, soprattutto, delle vite di coloro che li hanno circondati, sparisce. Si distrugge nel simbolo, cioè quando chiediamo alle immagini di essere solo simboli, di accorparsi a narrazione unica, a Unità narrativa. I corpi dilaniati dalla guerra, i corpi dei morti, dei feriti e dei soccorritori, convivono l’uno con l’altro e tutti con l’inesorabile pesantezza della carne e del tempo sempre presente, un frammento privo di direzioni. Questa prossimità e vicinanza, questa comunanza con noi scompare nella sublimazione dei corpi che è il mito del corpo unito. L’identità nazionale narrata come essenza naturale è tecnicizzazione ideologica e autoritaria e scegliere l’identificazione come via di avvicinamento apre puntualmente alla catastrofe.8 Rimanere identici a se stessi per riconoscersi e accorparsi tra identici è il movimento eminentemente militare, un movimento che raggiunge la vicinanza soltanto tramite l’annullamento delle differenze.9

Corpi, le Unità

Disconoscere la nostra identità per riconoscerci identici all’identità unica, per essere unità con il vicino. Questa insistenza, questo desiderio di incorporarci in un’identificazione, in un corpo (militare) si costituisce, nella circolazione sanguigna di quello stesso corpo, come il germe primario della violenza sociale. La sparizione della differenza, il sacrificio dei corpi molteplici a beneficio del corpo simbolico unitario, non può e non deve essere il lascito della vicenda risorgimentale poiché essa unica e unitaria non è ma, piuttosto, è formazione alchemica e multiforme, cangiante ed eccessiva, irriducibile. Per questo non accetta la Narrazione unitaria ma, semmai, l’esplorazione delle storie, le loro mescolanze e la sopravvivenza delle immersioni, sempre in grado di riemergere. In questa molteplicità ritroviamo il tessuto connettivo, i muscoli, i tendini e le ossa di un corpo sociale chiamato Unità. La differenziazione, ancora dinamica, dei suoi organi e delle sue membra vitali è l’insieme delle battaglie che l’ha eretto; volerlo identificare solo in contrasto col diverso è la guerra che lo distrugge.

 

 


[1] Non è un caso che proprio questo sia il motto degli Stati Uniti d’America: stati individuali e singolari che si uniscono – al punto da affermarlo nel proprio nome – allo scopo di creare la nazione sovrana più potente del mondo.

[2] Va oltre le intenzioni di questo testo un’analisi profonda del concetto di corpo, fonte vastissima di letteratura e pensiero; come riferimento per le riflessioni che seguono desidero rimandare almeno a J. Nancy, Corpus, Cronopio, Napoli 2007 e G. Deleuze, Cosa può un corpo?, Ombre corte, Verona 2007.

[3] C. Schmitt, Le categorie del ‘politico’, il Mulino, Bologna 1972.

[4] Canetti espone precisamente il timore che porta l’uomo a farsi massa, cfr. E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 2009, p. 18: “Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore d’essere toccato. Essa è l’unica situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto. […] D’improvviso, poi, sembra che tutto accada all’interno di un unico corpo. Forse è questa una delle ragioni per cui la massa cerca di stringersi così fitta; essa vuole liberarsi il più compiutamente possibile dal timore dei singoli di essere toccati”.

[5] Esempio evidente della coincidenza, nel volto, di riconoscimento e identità è l’identikit, la procedura con cui si cerca di ricreare il volto desiderato (di una persona ricercata) riproducendone i tratti somatici come ricordati dai testimoni. Quando costoro identificano ritratto e ricordo, si passa a distribuire il ritratto (ovvero il ricordo dei testimoni) perché chiunque possa reiterare il processo di identificazione.

[6] Per la prima volta mi riferisco specificamente ed esclusivamente all’Unità d’Italia e per questo accolgo l’iniziale maiuscola e la referenza simbolica che essa assume per la storiografia.

[7] Sul costituirsi in immagine del corpo e sul suo sfruttamento in chiave simbolica cfr. G. Solla, L’inerme, l’anarchia della vita in R. Panattoni e G. Solla (a cura di), Teologia politica 2 – Anarchia, Marietti, Genova-Milano 2006.

[8] Per una preziosa riflessione su identità e convivenza cfr. J. Nancy, Verità della democrazia, Cronopio, Napoli 2009.

[9] Sulla violenza di cui è troppo spesso caricato il concetto di identità cfr. Amartya Sen, Identità e violenza, Editori Laterza, Roma-Bari 2008.
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