Jabulani. World Cup 2010

Anche questo Mondiale termina.

Con un piccolo, timido abbraccio, che dura il tempo di un respiro e poi si ritrae quasi vergognoso. Si vergogna della propria malinconia. Perché ogni Mondiale porta addosso un sogno.

Non quello di vincere. Quello di convivere. Ecco perché ad ogni Mondiale si passano ore, con persone diverse oppure sempre con le stesse, a ripetere conversazioni sempre uguali e uguali a quelle di quattro anni prima e quattro prima ancora. «Che genio Maradona! Incredibile… proprio come quando, non contento di aver segnato di mano, si inventò di dire che quella partita era la volontà di Dio contro gli Inglesi, per la guerra delle Malvinas. È sempre lo stesso!». «L’Olanda il Mondiale non l’ha mica vinto mai, assurdo se pensi che ha avuto Cruijff e il calcio totale, ha avuto i tre olandesi del Milan». «Il Brasile dovrebbe vincere a occhi chiusi. Ma se qualcosa va storto la magia si rompe e loro non sono abbastanza umili da accettare di fare fatica». «Nell’82 eravamo partiti malissimo. Stai sicuro che se Pepe segnava si andava in finale anche quest’anno, uguale come in Spagna».

Se poi sei appena più che poppante e il calcio che hai nelle ossa ormai non è più il minerale, non vedi l’ora di aver diritto di parola, per il primo Mondiale della tua vita, nelle conversazioni pallonare dei grandi. E stai sicuro che quel Mondiale lì non te lo dimenticherai più, tappa decisiva del tuo rito di iniziazione al mito.

Invece quell’abbraccio si vergogna. Perché si ricorda. Ricorda gli anni trascorsi, ricorda se stesso quattro anni prima, ricorda la gioia di essere ancora bambini. E se in quella stanza erano trenta persone, adesso sono cinque. E di voglia di abbracciarsi ce n’è così tanta che non ci si riesce, ci si vergogna.

Incredibile che un evento lungo un mese, che si intreccia così profondamente con le quotidianità di tutti, volenti o meno, giunga al termine e ti lasci lì. A desiderare che tutta la vita sia un Mondiale. «Ma la prossima volta sarò là» mentre lo stadio impazzisce di colori e questi ventitré forsennati non credono a quel che hanno fatto, «Sarò là» prometti. Nemmeno fosse un pellegrinaggio alla Mecca, proprio quello che almeno una volta nella vita devi fare. Perché assistere al Mondiale ti cambia la vita. Vincerlo poi non parliamone. Nella mia vita c’è un prima e un dopo “pooo-popopo-po-poooo-pooooooo”, così come mio padre elenca le finali mondiali della sua gioventù e si ferma a Madrid ’82. Eppure quel folletto delinquente dal passo irripetibile che squarciava in due un’Inghilterra già insultata poco prima me lo ricordo io, e di anni ne avevo due.

Abbracciamoci forte, perché ne abbiamo molto più bisogno ora che nel 2006. Fa molto più freddo, perfino Mandela sta lì a ricordarcelo con il sorriso ineffabile e senza forma e il suo copricapo che uno si chiede: «stanno in Africa o in Siberia?». C’è chi ha preso Jabulani al balzo un mese fa, pronto con il vecchio refrain per cui per un mesetto tutte le porcate dei maiali-più-uguali-degli-altri-animali sarebbero passate inosservate, c’era tutto un Mondiale per distrarsi. Come se i maiali si sforzassero di nascondersi. Come se noi, quando non c’è il Mondiale, ci impegnassimo ad impedir loro non dico di compiere, ma almeno di mostrarci il loro osceno grufolare.

Fa molto meno freddo in Spagna, dove gli dèi del calcio hanno deciso dovesse prender dimora l’opera del loro orefice Gazzaniga. Il compimento del Mistero era affidato ad Andrés Iniesta, un Messia che – credo io – come contrappasso all’essere un semi-dio (da ieri notte molto più che mezza divinità) perde un capello ad ogni giocata funambolica e mi sembra già di vederlo assurgere all’eternità dello Sport nel giorno dell’addio con la testa completamente glabra.

(Ci tengo comunque a precisare che il mio eroe mitologico è Xavi, lo era prima di Sudafrica 2010 e ho piacevolmente constatato che non si appresterà a posare le sue armi cervellotiche e ai più incomprensibili ancora per lungo tempo).

C’era un profeta rivale di nome Arjen, ma evidentemente non l’accompagnava il soffio degli inquilini di Asgard (e perché avrebbe dovuto? È olandese, mica vichingo) quando spinse la sacra sfera sull’unghia del ditone di Iker il Glorioso – tale soprattutto perché spartisce la gloria con Sara Carbonero, una delle cose migliori del Mondiale insieme al bacio che il suo eroe le ruba davanti alle telecamere dopo essere tornato vincitore e aver scritto la Storia.

Onore comunque agli Olandesi, del resto dice Luca Vialli – o forse era Tardelli – che dovevano alzare la Coppa negli anni ’70, non ci sono riusciti e suppongo questo significhi che agli Oranje stia bene di non vincere mai più, per punizione. Chissà cosa avrebbe da dire il già citato Cruijff – che peraltro non ha saputo trattenersi dal dichiarare, ad un giornale catalano, che l’Olanda vista in finale è il simbolo dell’anticalcio, nel caso a qualcuno venisse in mente di dubitare che van Marwijk gli fosse antipatico.

Però – mi si permetta la breve digressione – Johann Cruijff resta quello che, dopo il 2-0 di Massaro nella finale di Coppa Orecchiona del ’94, guardava con occhio smarrito l’orologio e restava fiducioso che la sua profezia – seguita alla squalifica di Billy e del Capitano – si sarebbe avverata. Chiedete a Savicevic e Desailly com’è finita. Ecco, solo per dire che, anche se incedevi per i campi con la maglia numero 14 e avevi un rapporto con la palla quale quello di Iker con la Carbonero, non è che per forza devi sempre aprire la bocca. E dire che stavolta aveva ragione, ma mi andava di rompergli le palle a sua insaputa [cit.]. Se può Vialli, avrò ben pure diritto anch’io! O era Tardelli?

Dell’Italia ho già parlato abbastanza e comunque non ci siamo nemmeno accorti che c’era e sembra passato già un Mondiale da quando siamo usciti. In effetti, si è giocato tutto dopo. E se prima sembrava un Mondiale da sonno, io le mie partite succose e sudate me le sono godute eccome. E per grazia degli dèi di cui sopra, almeno la Spagna mi ha dato una gioia. Avevo davvero sperato di vedere Maradona in conferenza stampa, con la Coppa accanto, insultare tutti e tutto, possibilmente nudo nel pieno mostrarsi della sua – tanta – carne. Ma laddove la Pulce mi ha tradito, riuscì la Roja e, se siete esteti del calcio, non può certo dispiacervi sia finita così, soprattutto viste le alternative. Capello in primis. Ricordo che tutti, me compreso, eravamo certi avrebbe fatto almeno semifinale. Invece incassa la nemesi della Storia, sotto forma di traversa-gol-nongol. Nel ’66 fu gol. Stavolta no. Due errori mastodontici che, con buona pace dei puristi come me, sugli albi d’oro non resteranno e saranno solo macchie di colore, racconti suggestivi per i prossimi ragazzini.

Credo sinceramente di non riuscire a trovare un evento capace di catalizzare gli animi di intere popolazioni tanto a lungo e in modo tanto infallibile quanto un Mondiale. La guerra non l’ho vissuta – non che la mia nazione non sia in guerra, ma sarei presuntuoso se credessi di soffrirla perché i soldati inviati dai miei governi ammazzano gente e, ohibò, talvolta quella gente si permette di ammazzare loro a migliaia di chilometri da me e per interessi che non sono certo la sopravvivenza del mio paese.

Durante il Mondiale non c’è persona che non sappia cosa sta succedendo, che non abbia il proprio personalissimo ricordo di quelli precedenti e non voglia condividerlo. Soprattutto chi non segue mai il calcio, quello noioso tra Mourinho e compagnia cantante, quelli sono i tifosi mondiali più belli, li illumina una luce di sorpresa e precarietà dovuta al fatto che a loro sembra speciale dire già soltanto: «Mi sono divertito guardando la partita ieri». La partita ieri. Ogni collega al lavoro, ogni fattorino alle poste o commessa al negozio. «Visto la partita ieri? E stasera chi gioca?».

Così il Mondiale ogni quattro anni ci propone un abbraccio. Ed è banale ripeterci che siamo bestie da soma ideologica se ci lasciamo puntualmente sedurre e dimentichiamo di indignarci per tutto il resto. Forse che siamo umani e abbiamo bisogno di un abbraccio?

Io so che gli amici che abbracciavo quattro anni fa sono lontani, irraggiungibili. Vederli è impossibile, parlarci men che meno, figuriamoci toccarli.

E proprio quel sottile e delicato contatto, che dura meno di un istante centoventi minuti prima che Rey Iniesta scriva la magnifica Fine – in memoria anche lui di un amico troppo lontano – e arrivederci a Rio, quel contatto è il segno dei contatti impossibili, delle assenze che la vita ci sta imponendo. Un’altra è Sudafrica 2010.

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