Wu Ming: Altai

Recensione pubblicata sul mensile di attualità e cultura La Civetta

 

Ben strano concetto, quello di tolleranza. Recita il dizionario: «Capacità di resistere a condizioni sfavorevoli senza subirne danno». I linguaggi mediatici e, di riflesso, i linguaggi quotidianamente condivisi, ci abituano all’uso della parola tolleranza nel campo semantico dell’immigrazione. E non v’è alcuno che, sentendola, la avverta carica di connotazione negativa. Eppure, alla lettera, essa ci parla degli stranieri come di una forza minacciosa da sopportare e superare. Questa tolleranza non supera la scissione, non risana la frattura razzista tra «noi» e «loro». L’incontro tra culture diverse, la commistione di saperi e tendenze millenari, la creazione comune di una civiltà figlia di quelle immense risorse; questo uno – forse il più permeato e allegorico – dei motivi di Altai, ultima fatica collettiva della Wu Ming Foundation.

Un motivo che prende il nome di tahammül e non è certo un caso se proprio quel nome era il titolo provvisorio del nuovo romanzo. La parola turca è di difficile traduzione, sfuma tra tolleranza e pazienza ma «con una connotazione – spiega Wu Ming 5 – che suggerisce che niente è un pericolo se la società in cui è calato non lo considera un pericolo». Proprio perché spiegare tahammül con una definizione è difficile, il protagonista di Altai ne imparerà il significato con una metafora edile che racchiude in sé la realtà della Istanbul dell’epoca – seconda metà del 1500: il carpentiere turco sa bene che la casa che vuole costruire crollerà se non sarà frutto della convivenza e collaborazione con gli armeni, con i greci, con gli arabi. Tollerarsi, allora, non basta. Ecco l’allegoria che si riversa sulla contemporaneità come un’onda lunga dal passato, la potenza della nuova storia a cavallo della Storia firmata dalla band letteraria bolognese. Ma Altai non è soltanto questo. È innanzitutto una vicenda avvincente e matura. È l’ennesima prova di scrittura eccellente dei Nostri, se mai ci fossero dubbi. Ed è il ritorno sulle tracce del primo romanzo Q senza esserne il seguito; si direbbe piuttosto che, collocando l’incipit dei fatti quindici anni dopo le conclusioni di Q, i Wu Ming stiano tornando a fare i conti con se stessi, dopo dieci anni così densi, il dibattito sul New Italian Epic, la perdita di uno dei componenti del gruppo. E anche la scelta di un eroe come Emanuele De Zante, ebreo in incognito a Venezia che fuggirà a Istanbul e riprenderà il nome di Manuel Cardoso, è un ritorno sulla propria opera e un superamento di essa e del suo protagonista. Se quello – che ritroveremo in Altai nella parte del saggio Ismail – era un eroe senza passato e, quindi, senza conti da sistemare con se stesso, questo ha invece alle spalle genitori, amici e segreti da nascondere e la sua storia trascorsa è la fonte della storia a venire. Quella che lo porterà al fianco di Yossef Nasi, l’ebreo che i Veneziani consideravano il loro peggior nemico e che sognava di strappare Cipro dal loro dominio e di crearvi una nazione per gli ebrei di tutto il mondo. Tra intrighi di palazzo, amicizie che si rinsaldano dopo essere state sul punto di spezzarsi, donne che svolgono insospettabili ruoli decisivi, il sogno di Nasi conquista Manuel che dovrà trovarsi di fronte all’orrore puro per comprendere quanto la sua razionalità e il suo intuito fossero stati travolti.

Come già fu con Manituana, prezioso il bagaglio di contenuti aggiuntivi che i Wu Ming gestiscono continuamente su http://www.wumingfoundation.com, nella sezione dedicata ad Altai.

Wu Ming
Altai
Einaudi
€ 19,50

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