Marco Belpoliti: Il corpo del capo

Recensione scritta con Fabrizio Migliorati e pubblicata sul mensile di attualità e cultura La Civetta

 

Il panorama socio-politico italiano – e ormai non solo – risuona sempre più spesso degli interrogativi intorno al successo, continuamente reiterato, di Silvio Berlusconi: sul consenso quasi assoluto, sui modi della creazione di esso, sull’accentramento mediatico e il «conflitto d’interessi» e, non ultimo, sull’identità dittatoriale del Premier. Marco Belpoliti, docente di Sociologia della letteratura e Letteratura italiana presso l’Università di Bergamo, si propone di offrire una chiave interpretativa della parabola berlusconiana che permetta, se non di rispondere, almeno di approcciare a fondo i quesiti che il fenomeno Berlusconi solleva. Il Corpo del Capo racconta la storia di un’immagine, che è la storia delle immagini – in primis fotografiche –, dalla sua genesi all’attualità, dal giovane e semi-sconosciuto arrampicatore sociale al conduttore (televisivo) del popolo italiano alla realizzazione del Sogno.

Proprio la costruzione simbolica di un Sogno di cui farsi portatore è uno degli obiettivi riconosciuti a Berlusconi; Belpoliti lo individua in diversi scatti fotografici che ritraggono momenti diversi, anche a distanza di molti anni tra loro, ma accomunati dalle direttrici di forza, dalla comunicazione, dall’Immagine che servono. Dall’opera fotografica voluta da Berlusconi prende piede un parallelo con la figura di Mussolini, ma non per via dell’abusato paragone politico che li avvicina sovente, quanto, appunto, per l’uso, la cura e la costanza dell’immagine che, dopo il Duce, solo Berlusconi ha saputo esercitare. La scelta attenta e mai lasciata al caso delle pose, la selezione scrupolosa cui gli scatti sono sottoposti, le manovre estetiche mirate ad ingannare e ad affascinare l’occhio dello spettatore ad ogni apparizione pubblica – tra calze di nylon sugli obiettivi delle telecamere e staff di truccatori sempre al seguito – rivelano l’intenzione creativa di un simulacro «che non appartiene tanto all’ordine del reale, ma lo simula, lo produce e così risolve il conflitto e l’opposizione tra realtà e immaginario». E il simulacro è Berlusconi stesso. Non si tratta di intervenire sulle immagini per farle combaciare con l’ideale cui devono rimandare, ma di essere già ciò che esse debbono rappresentare. Non sono le immagini ad essere «ritoccate», ma il corpo; è il corpo di Berlusconi ad essere oggetto di interventi cosmetici, plastici, al limite dell’ossessivo. Un desiderio di ri-sacralizzazione: un passaggio dalla realtà biologica alla verità mistica, attraverso lo strumento bionico (si pensi a Oscar Pistorius), che non si verifica altrove che nel corpo. Il suo corpo, che attraversa continuamente l’immaginario estetico del maschio virile e avventuroso, che conquista le donne, passando in quello femminile del trucco e della cura per i capelli, della disponibilità sessuale – sempre pronto ad invertire e ripetere il movimento – incarna l’identità per ciascuno degli osservatori, degli spettatori, dei tifosi, degli elettori. Berlusconi, dice Belpoliti, prima ancora che un produttore di imprese o di spettacolo, è un produttore di segni, la merce più preziosa della post-modernità; con una sostituzione nient’affatto fine a se stessa, vien da definirlo produttore di sogni. Sogni che non solo generano consenso ma, proprio come avviene nel mondo immaginario della televisione, eliminano l’idea stessa del dissenso. Perché il Corpo del Capo incarna il Sogno stesso. Un’incarnazione di cui, appoggiandosi soprattutto a Baudrillard, poi a Sontag, Barthes, Bauman, Blanchot, il libro di Belpoliti fa un prezioso racconto.

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