Bob Dylan – Tarantula

Questo pezzo è uscito sul mensile di attualità e cultura La Civetta

 

A raccontare le contraddizioni e l’impossibilità di penetrare a fondo le visionarie e suggestive – ma anche sconnesse e imprevedibili – righe del Dylan prosatore, potrebbero bastare le vicende tormentate circa la pubblicazione delle stesse e l’accoglienza loro riservata. Si era nel 1965, già da più di 2 anni Bob Dylan aveva fatto intendere la sua intenzione di pubblicare un libro; l’attesa cresceva febbrilmente da più parti attorno all’opera che poteva consacrare definitivamente la sua figura, fosse quella della guida spirituale destinata a cambiare il mondo o, come credevano altri, semplicemente quella del fenomeno di passaggio che cavalcava le sue provocazioni imbracciando una chitarra. Quel che è certo è che Dylan seppe come far parlare di sé per anni, senza concedere mai un riferimento veritiero ma, piuttosto, seminando indizi sconclusionati circa il tipo di lettura che ci si doveva aspettare.

Già nel novembre 1963 fece apparire, tra le note di copertina di The freewheelin’ Bob Dylan, questa affermazione: «Chiamo canzone tutto quello che posso cantare. Chiamo poesia tutto quello che non posso cantare. Chiamo romanzo tutto quello che non posso cantare o che come poesia è troppo lungo». Possiamo definire Tarantula un romanzo, allora? Questa fu la trappola in cui caddero in molti. Per tutto il ‘65, l’uscita del fatidico volume sembrò imminente, alcune dichiarazioni del Nostro fecero capire che l’attesa doveva durare almeno un altro anno, il 29 luglio ’66 l’alone di fatale mistero, disceso sulla sua vita nell’istante in cui quella motocicletta uscì di strada, avvolse anche il destino editoriale dylaniano e, come sempre avviene avendo a che fare con Robert da Duluth, Minnesota, la verità ultima su ciò che accadde poi la potremmo estorcere (non senza il rischio che ci venga spacciata altra mitologia) proprio e soltanto a chi all’epoca ne tesseva le fila. Tra bozze manoscritte che circolavano non autorizzate e tirature clandestine di booklegs, si arrivò al 1970, Dylan diede il via libera alla pubblicazione e il libro uscì nel novembre di quell’anno, pur riportando la data del ’71. La critica fu freddina e anche i fan, probabilmente fiaccati dall’interminabile attesa e dalle voci, ormai incontrollate, che confusero le aspettative, non ebbero reazioni calorose. Certo, sembra eccessivo affermare che, di fronte a Tarantula, ci si debba inchinare come fosse la verità rivelata in prosa. La lettura è resa difficile dalla scelta creativa, ispirata alla tecnica sperimentale di Burroughs e dei cut-up, e dai soggetti dei brevi capitoli, spesso difficili da ricondurre ad una realtà quotidiana limpida e identificabile. Tuttavia gli studi a riguardo si sono sprecati, continuando fino ad oggi, e lo scandaglio è sceso abbastanza a fondo da garantire esaurienti guide alla lettura, come quella che conclude l’edizione Feltrinelli. Fin dalla prima apertura, comunque, le pagine emanano l’odore del desiderio di Bob Dylan di sfuggire, ancora una volta, al tentativo di rinchiuderlo in una definizione, rendendo pressoché impossibile darne una anche del suo «libro di parole».

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